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14 Set
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Il Congresso del Partito Radicale si terrà a Napoli dal 31 ottobre al 2 novembre presso la FOQUS, Fondazione Quartieri Spagnoli

Come annunciato, il Congresso degli iscritti italiani si terrà a Napoli da giovedì 31 a partire dalle ore 15 a sabato 2 novembre, domenica 3 novembre si terrà il primo Consiglio generale.

Purtroppo la sede che avevamo scelto e bloccato, la Basilica di San Giovanni Maggiore, non è più disponibile a seguito di un intervento di alcune realtà cattoliche integraliste, note unicamente per il loro integralismo.

A seguito di questa iniziativa, il Corriere del Mezzogiorno, inserto del Corriere della Sera, ha pubblicato un articolo lungo ed in evidenza, che è stato un modo per pubblicizzare il Congresso, e per il quale ringraziamo il giornalista Fabrizio Geremicca. Articolo grazie al quale la Presidente della Fondazione Quartieri Spagnoli, Rachele Furfaro, saputo del problema che si è venuto a creare, ha messo a disposizione la struttura dove ha sede la fondazione. Un luogo che è un centro di aggregazione e formazione non convenzionale. Un tempio laico di cultura, informazione, formazione e lavoro che vive nel cuore dei quartieri Spagnoli, una periferia nel centro della città.

CONGRESSO degli iscritti italiani al Partito Radicale
NAPOLI da giovedì 31 ottobre a partire dalle ore 15 a sabato 2 novembre
FOQUS Fondazione Quartieri Spagnoli
Via Portacarrese a Montecalvario, 69

14 Set
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PAPA – ABOLIZIONE ERGASTOLO : UNA LOTTA DEL PARTITO RADICALE.

PAPA – ABOLIZIONE ERGASTOLO : UNA LOTTA DEL PARTITO RADICALE.

Dichiarazione di Maurizio Turco e Irene Testa, segretario e tesoriere del Partito Radicale:

Abbiamo provato ad abolire l’ergastolo con un referendum nel 1981 perché la classe dirigente, pavida e giustizialista già da allora, non aveva il coraggio di farlo.

Il fatto che oggi sia il Papa ad alzare la sua voce, contro l’ergastolo e le disumane condizioni di vita carceraria, dimostrano che vi è un divorzio sempre più evidente e profondo tra la realtà oggettiva e la verità mediatica. La verità costruita attraverso la cancellazione dall’agenda politica di temi difficili e la esaltazione e costruzione di problemi inesistenti e quindi facilmente risolvibili.

Oggi il Partito Radicale, nel ribadire l’urgenza di un provvedimento di amnistia per superare la barbarie della lentezza delle procedure giudiziarie e del sovraffollamento carcerario, presenterà nell’ambito del Congresso degli iscritti italiani al Partito Radicale che si terrà a Napoli, presso la Fondazione Quartieri Spagnoli, dal 31 ottobre prossimi, la campagna per l’abolizione delle carceri minorili, coordinata da Don Ettore Cannavera, membro del Consiglio generale del Partito Radicale.

13 Set
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Auguri di buon lavoro agli iscritti al Partito Radicale Simona Malpezzi, Sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento e Salvatore Margiotta, Sottosegretario al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Auguri di buon lavoro a Simona Malpezzi, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (Rapporti con il Parlamento) e Salvatore Margiotta, Sottosegretario al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Senatori del Partito Democratico iscritti al Partito Radicale.

11 Set
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BREXIT: pubblicato documento no-deal “operazione Yellowhammer”

BREXIT: pubblicato documento no-deal “operazione Yellowhammer”

BBC, 11 SETTEMBRE 2019 : Rivolte per le strade, aumenti dei prezzi alimentari e riduzione delle forniture mediche sono rischi reali per il Regno Unito nel caso di un’uscita dell’UE senza accordo. Il governo ha pubblicato dettagli del loro piano di emergenza ‘Yellowhammer’, essendone obbligato da un voto parlamentare per forzare il rilascio. Il documento descrive una serie di “ipotesi ragionevoli nel caso peggiore” per l’impatto di una Brexit senza accordo il 31 ottobre.

QUI un approfondimento della BBC

11 Set
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Senato USA adotta legge bipartisan sui diritti umani degli Uiguri in Cina

Senato USA adotta legge bipartisan sui diritti umani degli Uiguri in Cina

WASHINGTON DC, 11 SETTEMBRE 2019 – Mentre al Consiglio Diritti Umani la Repubblica Popolare Cinese si prepara ad un’ulteriore offensiva di difesa delle sue politiche contro gli Uiguri nella Regione autonoma dello Xinjiang, proprio nella giornata di commemorazione delle stragi del 11 settembre 2001, negli Stati Uniti il Senato approva una legge bipartisan a sostegno della popolazione musulmana vittima delle politiche di repressione etnica da parte del Governo di Pechino.

La regione dello Xinjiang è abitata da circa 10 milioni di musulmani uiguri. Il gruppo musulmana di etnia turca ne costituisce così circa il 45% della popolazione, e accusa da tempo le autorità cinesi di discriminazione culturale, religiosa ed economica. Secondo funzionari statunitensi ed esperti ONU, fino a un milione di persone, ovvero circa il 7% della popolazione musulmana nello Xinjiang, sono stati incarcerati in una rete in continua espansione di campi di “rieducazione politica”. In un rapporto del 2018, Human Righst Watch ha accusato Pechino di condurre una “campagna sistematica di violazioni dei diritti umani” contro gli Uiguri. La nuova legge americana mira a dirigere vari organi del governo statunitense a preparare rapporti sul trattamento degli Uiguri da parte della Cina.

Nel frattempo, e in linea con quanto accaduto al Consiglio Diritti Umani di luglio scorso, dove una lettera di condanna delle detenzioni arbitrarie di massa da parte di 22 paesi era stata contrastata da una lettera di elogi delle politiche cinesi nello Xinjiang da parte di 37 paesi alleati con la Cina.

La Cina ha sfruttato con successo una divisione tra i paesi musulmani sulla questione. La Cina si aspetta che i suoi alleati nel progetto delle nuove Vie della Seta (Belt and Road) – molti dei quali sono paesi musulmani – sostengano le sue politiche contro gli Uiguri nello Xinjiang, regione dalla quale parte la via per l’Asia centrale. Continuerà ugualmente a sfruttare la miriade di differenze geopolitiche attraverso aiuti e accordi economici in Africa e Medio Oriente per tenere a bada qualsiasi condanna globale unificata.

 

Laura Harth

10 Set
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Sondaggio dell’European Council on Foreign Relations: diamo al popolo quel che vuole – domanda popolare per una forte politica estera europea

Sondaggio European Council on Foreign Relations: diamo al popolo quel che vuole – domanda popolare per una forte politica estera europea

Il 10 settembre, il European Council on Foreign Relations ha pubblicato l’esito di un suo sondaggio pan-europeo sulla visione e le preferenze dei cittadini europei in materia di politica estera e il ruolo che vuole attribuire all’Unione europea. Emerge una chiara volontà condivisa di conferire più poteri a Bruxelles per arrivare ad una forte e coesa politica estera del blocco europeo, capace di tracciare una propria linea indipendente nel quadro geopolitico sempre più complicato e giudicato pericoloso dai cittadini. Però, sottolineano i cittadini, le istituzioni europei devono dimostrare di esserne all’altezza a pena di veder revocato un eventuale mandato in tal senso e devono prestare ascolto ai temi e le preferenze di politiche da perseguire in questi ambiti dai cittadini.

Tra le priorità assolute vi è la questione migratoria, e le risposte attese da Bruxelles:

Nel frattempo, gli elettori europei sono sempre più convinti che la politica migratoria dovrebbe includere degli aiuti allo sviluppo mirati ai problemi che spingono le persone dei paesi terzi a recarsi in Europa. La mancanza di prospettive economiche nei paesi di origine è uno dei principali motori della migrazione verso l’Europa. Sebbene gli elettori spesso favoriscano maggiori sforzi per sorvegliare le frontiere esterne dell’UE, vedono un aumento dell’assistenza economica ai paesi in via di sviluppo come la seconda misura più importante per scoraggiare la migrazione. Una media del 65% delle persone negli Stati membri – e non meno del 50% in tutti gli Stati membri – sostiene questo approccio. Mentre le ricerche più pertinenti suggeriscono che l’attuale livello di aiuti allo sviluppo farà ben poco per ridurre la migrazione, è improbabile che ciò impedirà ai governi europei di perseguire questo approccio dato che vi è un forte sostegno da parte degli elettori.”

Appare evidente come la priorità della ripresa della lotta contro la fame nel mondo e tutte le sue ragioni sottostanti, adottata nella mozione del 41° Congresso del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito dello scorso luglio, sia di già percepita da una maggioranza importante del “popolo europeo” come la linea da perseguire. Come spesso evocato da Marco Pannella:  quando avrò convinto i radicali – in questo caso, si addirebbe ancor meglio alle forze politiche e governative – so di aver già convinto una maggioranza del popolo.

Laura Harth

QUI il testo originale        QUI il testo in ligua italiana

09 Set
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Giornata internazionale contro i test nucleari

Giornata internazionale contro i test nucleari

NEW YORK, 9 SETTEMBRE 2019 – I test nucleari hanno “conseguenze disastrose” per le persone e il pianeta. Così ha detto un alto funzionario delle Nazioni Unite alla seduta plenaria dell’Assemblea Generale dell’ONU lunedì scorso. Gli eventi di commemorazione tenuti in occasione della  Giornata internazionale contro i test nucleari servono come “importante e severo promemoria… delle disastrose conseguenze dei test nucleari sulla salute umana e sull’ambiente”.

Il Segretario esecutivo dell’Organizzazione globale del Trattato sul divieto dei test nucleari (CTBTO) Lassina Zerbo ha dichiarato di sperare che la Giornata “ispiri i paesi ad adottare misure concrete che ci consentiranno di raggiungere finalmente il nostro obiettivo di un mondo libero dai pericoli dei test nucleari. […] Ma il nostro lavoro non è finito. L’unico percorso che ci porterà a questo nobile obiettivo è attraverso la verificabilità del Trattati CTBT e la sua universalizzazione.”

Il Segretario Generale Antonio Guterres ha osservato che la Giornata, che nel 1991 ha segnato la chiusura del sito di test nucleari si Semipalatinsk, è servito a due scopi: “In primo luogo, per rendere omaggio alle vittime dei test nucleari e, in secondo luogo, per sensibilizzare alla continua minaccia che tali test pongono all’ambiente e alla sicurezza internazionale” da parte di attori statali ma anche terroristici.

Dal 1945 ad oggi, sono stati condotti circa 2.000 test nucleari in tutto il mondo, e i dati ONU stimano che ci siano circa 14.000 armi nucleari.

“Popoli di regioni diverse come il Sud Pacifico, il Nord America e il Nord Africa hanno ugualmente sofferto dell’avvelenamento delle acque sotterranee, ricadute radioattive e altri effetti collaterali per la salute e le condizioni di vita”, ha aggiunto Guterres. “Oggi serve come promemoria del nostro obbligo morale di garantire un divieto giuridicamente vincolante sulle armi nucleari.”

E sebbene il CTBT sia ampiamente sostenuto e che il suo meccanismo di verifica, il Sistema di Monitoraggio Internazionale, abbia contribuito a facilitare la pace e la sicurezza internazionale, oltre 20 anni dopo la sua adozione, il Trattato non può entrare in vigore fino a quando non sarà stato firmato e ratificato da Cina, Egitto, India, Iran, Israele, Corea del Nord, Pakistan e Stati Uniti, ciascuno dei quali possedeva energia nucleare o reattori di ricerca al momento della Conferenza del 1996 sul disarmo.

Ha concluso Guterres:

“Voglio sfruttare questa opportunità per invitare ancora una volta tutti gli Stati a firmare e ratificare il CTBT senza ulteriori indugi, e affinché i restanti otto Stati lo facciano con un senso di urgenza. Nel 21° secolo, i test di armi nucleari semplicemente non sono più accettabili.”

 

Sintesi e traduzione di Laura Harth

QUI il testo originale

09 Set
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Le soluzioni politiche sono dei ‘prerequisiti alla pace sostenibile’

Le soluzioni politiche sono dei ‘prerequisiti alla pace sostenibile’

Mentre il mantenimento della pace è uno “strumento essenziale” per prevenire i conflitti e ridurre il rischio di ricaduta, “le soluzioni politiche sono un prerequisito per la pace sostenibile”, ha dichiarato il capo delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace al Consiglio di Sicurezza lunedì.

 

 NEW YORK, 9 SETTEMBRE 2019 – Sono passati 18 mesi da quando il Segretario Generale ONU Antonio Guterres ha lanciato l’iniziativa Action for Peacekeeping (A4P), ha ricordato all’Assemblea Generale ONU Jean-Pierre Lacroix, sottosegretario generale per le operazioni di mantenimento della pace. Ha sottolineato che l’A4P invita tutti i partecipanti a “affrontare collettivamente le sfide del mantenimento della pace”.

Ha affermato che oggi i peacekeeper delle Nazioni Unite hanno successo in molti paesi, dove svolgono “un ruolo di prevenzione cruciale” e proteggono “milioni di persone vulnerabili in tutto il mondo”, ma permangono delle sfide.

Lacroix ha attirato l’attenzione sull’importanza di porre le soluzioni politiche “al centro di questa agenda”, osservando che “in ogni paese in cui siamo schierati e laddove i nostri mandati lo consentono, le nostre missioni sono proattive nel creare – e creando spazio per – soluzioni politiche da perseguire”.

Ha citato la Repubblica centrafricana (CAR) come esempio di dove le Nazioni Unite stanno collaborando con l’Unione africana (UA) e la Commissione economica degli Stati centrafricani (ECCAS).

Ha segnalato che la missione ONU lì, MINUSCA, ha approfittato del suo “mandato politico più forte” e della “solida posizione di sicurezza” per creare il clima in cui il Governo e le 14 principali gruppi armati hanno firmato l’Accordo per la pace e la riconciliazione a febbraio.

Adattare le impronte delle missioni

Uno “spirito di mutua e reciproca responsabilità è al centro di A4P”, ha affermato il capo del mantenimento della pace, sottolineando che gli “ambienti politici e di sicurezza instabili” delle missioni di mantenimento della pace richiedono “componenti militari, di polizia e civili capaci di intraprendere degli schieramenti flessibili e rapidi”, motivo per cui il mantenimento della pace delle Nazioni Unite sta “adattando le impronte delle missioni” per garantire un “approccio operativo più mobile, robusto, consapevole e integrato”.

 

Sintesi e traduzione di Laura Harth

QUI il testo originale

09 Set
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Il flagello della schiavitù colpisce ancora 40 milioni di vittime in tutto il mondo

Il flagello della schiavitù colpisce ancora 40 milioni di vittime in tutto il mondo

Gli incidenti della schiavitù moderna “non faranno che aumentare” a causa di alcune delle maggiori sfide che il mondo deve affrontare oggi, ha delineato un esperto delle Nazioni Unite nel suo rapporto al Consiglio Diritti Umani di Ginevra lunedì.

 

GINEVRA, 9 SETTEMBRE 2019 –  Il Relatore Speciale sulle forme contemporanee di schiavitù, Urmila Bhoola, ha spiegato che oltre 40 milioni di persone, di cui un quarto sono bambini, sono schiavizzate in tutto il mondo. A causa di problemi di degrado ambientale, migrazione e cambiamenti demografici, si prevede che il flagello della schiavitù moderna continuerà a crescere.

Oltre il 60% di loro lavorano in modo forzato nel settore privato, e sono colpite in modo sproporzionato donne e ragazze. Delle donne vittime di lavoro forzato, il 98% ha subito delle violenze sessuali.

Stime globali dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) indicano che 24,9 milioni di persone si trovano in situazioni di lavoro forzato in tutto il mondo, e che 15,4 milioni vivono in matrimoni forzati.

Questo tipo di tendenza “deve servire da campanello d’allarme”, ha affermato Bhoola, sottolineando che le statistiche sorprendenti arrivano quattro anni dopo che gli Stati si sono impegnati a raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibili (OSS) delle Nazioni Unite entro il 2030, con gli obiettivi pertinenti 5.2 e 8.7 volti a sradicare il traffico umano, porre fine alla violenza contro le donne ed eliminare la schiavitù moderna.

Il problema è aggravato dal conflitto climatico urgente dei nostri tempi.

“A causa dei cambiamenti climatici, le persone potrebbero perdere il proprio sostentamento, i giovani che non hanno accesso a un lavoro dignitoso potrebbero migrare attraverso canali non sicuri e i cambiamenti nel mondo del lavoro – come l’automazione – potrebbero far perdere il posto di lavoro a persone già vulnerabili.”

Tutto ciò potrebbe aumentare la vulnerabilità delle persone alla schiavitù, ha spiegato l’esperto.

Anche per coloro che riescono a fuggire, la vita è spesso difficile per i sopravvissuti. Le indagini della ONG Human Rights Watch evidenziano come anche le vittime che riescono a districarsi, non solo tornano a casa trovando le stesse circostanze disperate che le hanno rese vulnerabili all’inizio, ma con l’aggiunto dello stigma o l’imputazione di colpa.

Al di là di queste tragiche realtà per gli individui,

la schiavitù porta ad un aumento dei costi per la salute pubblica, perdite di produttività, esternalità ambientali negativi e perdita di reddito”,

ha aggiunto Bhoola, sollecitando gli Stati e le imprese a “agire subito”.

“Non possiamo permetterci di restare a guardare mentre numeri sempre maggiori di persone sono spinte verso il lavoro forzato, il matrimonio servile o il lavoro minorile.”

Guardando al futuro, l’esperto ONU ha sottolineato che la situazione è più terribile per i giovani che si avvicinano all’età lavorativa:

“Entro il 2030, a livello globale, circa l’85% degli oltre 25 milioni di giovani che entreranno nella forza lavorativa si trovanno nei paesi in via di sviluppo e emergenti. Le loro prospettive di accesso a lavori dignitosi determineranno il loro livello di vulnerabilità allo sfruttamento, compresa la schiavitù.”

Per prepararci a questo scenario,

“è imperativo che gli sforzi contro la schiavitù siano sistematici, scientifici, strategici, sostenibili, basati sulle esperienze dei sopravvissuti e intelligenti”.

Gli attuali sforzi per porre fine alla schiavitù non sono all’altezza e gli Stati e le imprese

“devono adottare misure più decisive per porci fine. Ciò deve essere fatto impegnando più risorse in questo sforzo e adottando e attuando politiche pubbliche che affrontino efficacemente le forme contemporanee di schiavitù.”

 

Traduzione di Laura Harth

QUI il testo originale

09 Set
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Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani: “mai vista una minaccia di questa portata ai diritti umani”

Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani: “mai vista una minaccia di questa portata ai diritti umani”

Lunedì 9 settembre, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet ha aperto la 42a sessione regolare del Consiglio Diritti Umani a Ginevra con un aggiornamento sulla situazione dei diritti umani in tutto il mondo. Durante la sessione, previsto fino al 27 settembre, i 47 Stati membri del Consiglio esamineranno oltre 90 rapporti su un’ampia gamma di questioni presentati da 25 esperti, gruppi e meccanismi ONU sui diritti umani. All’ordine del giorno anche le situazioni relative ai diritti umani in Myanmar, Yemen, Libia, Somalia, Sudan, Repubblica centrafricana e Georgia.

Ad un anno dalla sua nomina, l’Alto Commissario Bachelet ha dichiarato:

“Il mondo non ha mai visto una minaccia ai diritti umani di questa portata. Questa non è una situazione in cui qualsiasi paese, qualsiasi istituzione, o qualsiasi politico possa stare in disparte. Le economie di tutte le nazioni; il tessuto istituzionale, politico, sociale e culturale di ogni Stati, e i diritti di tutti i vostri popoli – e delle generazioni future – ne subiranno l’impatto.”

Nel suo discorso di apertura – anticipando l’apertura del Vertice di Azione per il Clima del Segretario Generale ONU Antonio Guterres a New York il 23 settembre prossimo – ha anche esortato il Consiglio ad affrontare le sfide del cambiamento climatico:

“I cambiamenti climatici sono una realtà che ora colpisce ogni regione del mondo. Le implicazioni umane dei livelli attualmente previsti di riscaldamento globale sono catastrofiche. Le tempeste sono sempre più numerose e le maree potrebbero sommergere intere nazioni insulari e città costiere. Gli incendi infuriano nelle nostre foreste e il ghiaccio si sta sciogliendo. Stiamo – letteralmente – bruciando il nostro futuro.”

Citando rapporti ONU secondo i quali l’emergenza climatica ha causato un forte aumento dei livelli della fame nel mondo, l’Alto Commissario ha anche osservato che le temperature pià calde contribuiranno probabilmente a ulteriori 250.000 morti all’anno tra il 2030 e il 2050 a causa di malnutrizione, malaria, diarrea e stress da calore.

Laura Harth