90 candeline

Il 30 novembre Enzo Tortora avrebbe compiuto 90 anni. Una bella e possibile età: Enzo avrebbe potuto benissimo spegnere 90 candeline se la Procura di Napoli con Felice di Persia e Lucio di Pietro non avessero deciso di spegnerle con trentacinque anni di anticipo. Se il 17 giugno 1983 non gli avessero sparato quella bomba al cobalto che lo ha portato via il 18 maggio 1988.

Enzo è una vittima della malagiustizia e andrebbe ricordato e onorato esattamente come Falcone e Borsellino, vittime della malavita. Sono due pesi che si equivalgono. Anzi, penso che la bilancia pesi di più sul piatto di Tortora. Il quale dovrebbe essere ricordato, onorato, dovrebbe diventare un simbolo (dice Vittorio Pezzuto che se l’affaire Tortora fosse accaduto in America avrebbe ispirato un colossal, un grande film da cui trarre insegnamento). E invece, dopo quel fatto, il famoso giornalista, il bravo conduttore televisivo, l’inventore della nuova televisione va dimenticato. O meglio, va ricordato professionalmente ma non politicamente. Ancora adesso: è partita la nuova edizione di Portobello con la conduzione di Antonella Clerici, alla quale è toccato dare il giusto riconoscimento ai meriti professionali di Enzo Tortora, ideatore e conduttore del fortunato programma. Peccato che abbia dimenticato di dire che quel bravo giornalista, quell’uomo perbene, è stato vittima di una vergognosa vicenda giudiziaria che ne ha provocato la morte. A sentire il “commosso ricordo”, è sembrato quasi che Enzo Tortora fosse morto di vecchiaia, dopo vari successi televisivi e non – come invece è – di malagiustizia dopo un clamoroso arresto e un vergognoso processo che lo ha voluto a tutti i costi colpevole. Certo, il processo in Appello e la Cassazione hanno poi riconosciuto la sua completa estraneità alle gravi accuse lanciate dalla procura napoletana, ma il male era stato fatto. Anche se lui ha saputo rispondere da persona libera, da uomo di cultura, che non ha mai chinato il capo davanti al potente. Lo confermano i suoi licenziamenti dalla Rai per aver detto quello che pensava e per non aver ritrattato pur rischiando il posto di lavoro. Enzo è sempre stato uno spirito libero, incapace di scendere a compromessi. Con chicchessia. Amava dire “sono liberale perché ho studiato. Sono radicale perché ho capito”. E in effetti il suo “spirto guerrier” trova “pace” solo con Marco Pannella, con i radicali. Unica “razza” politica in grado di dare una congiunzione positiva.

Scriveva dal carcere di Regina Coeli: “Mai avrei creduto che esistesse un universo così straziante, vile, ingiusto, sotto la crosta di un’Italietta che non sa, non ci pensa, non vuol sapere. Ma ora, frustato a sangue da questa realtà, il mio compito è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza: ma battermi perché questi processi che “onorano”, per paradosso, il fascismo, vengano a cessare. Perché un uomo sia rispettato, sentito, prima di essere ammanettato come un animale e gettato in carcere”.

A dispetto di chi lo voleva camorrista, Enzo Tortora – nelle fila del partito di Pannella – si è fatto leader di una nobile battaglia per la giustizia giusta e a chi oggi preferisce dimenticarlo dico che non si può pensare di rendergli memoria cancellando dalla memoria quella ultima parte della sua vita, quella sua battaglia per lo stato di diritto che è stato il suo ultimo e più importante impegno. La sua trasmissione più drammatica e più nobile.

Francesca Scopelliti

(Presidente Fondazione per la giustizia Enzo Tortora)