Tribunale delle Libertà Marco Pannella

Sentenza

IL GIUDIZIO SULLA RICOSTRUZIONE POST

SISMA

DEL 2016 IN CENTRO-ITALIA

Procedimento a carico dello Stato Italiano per condotta inadempiente a seguito del
sisma che ha colpito 131 comuni in Abruzzo, Lazio, Marche ed Umbria

nell’agosto/settembre 2016
DECISIONE

Il Tribunale delle Libertà Marco Pannella, chiamato a decidere sul seguente capo di
incolpazione a carico dello Stato Italiano
<<per aver omesso, ad oltre 11 mesi dal sisma dell’agosto/ottobre del 2016, che ha colpito
131 Comuni del centro Italia, in particolare nelle Marche, nel Lazio in Abruzzo e in Umbria, di:
-rimuovere le macerie dai centri abitati devastati dal terremoto ed a tuttora inaccessibili;
– garantire alle popolazioni colpite idonei alloggi, pur reiteratamente promessi, nelle zone di
residenza;
– consentire ai privati di far fronte autonomamente all’emergenza abitativa, con la previsione di
norme, anche solo temporanee, in deroga alla ordinaria disciplina urbanistica, edilizia ed
ambientale;
– approntare soluzioni immediate a sostegno delle attività riguardanti l’allevamento,
l’agricoltura, la piccola e media impresa, il commercio etc.
In particolare queste omissioni sono state il frutto di ben precise scelte legislative ed
amministrative del Governo, anzitutto, ma anche delle stesse Regioni coinvolte dal Sisma,
che, per evitare il rischio legato agli abusi consumati in passato e legati ai modelli
emergenziali, ha optato per modelli normativi complessi, volti a tutelare astrattamente il
controllo e la trasparenza delle procedure a scapito dell’efficacia degli interventi. Per altro
verso, lo Stato, omettendo di adottare norme in deroga alla ordinaria disciplina urbanistica ed
ambientale, ha di fatto impedito ai privati dotati di mezzi e disponibilità, di provvedere
autonomamente alle proprie impellenti esigenze abitative.
Difatti ad oggi, ad onta dell’ipertrofia normativa che ha prodotto 3 decreti legge e ben 29
ordinanze del Commissario Straordinario Vasco Errani – dieci delle quali intervenute a
modificare le precedenti, dando vita ad un complesso sistema di norme di difficile
interpretazione ed applicazione, con le conseguenti paralizzanti incertezze per i cittadini, i
tecnici e gli uffici preposti – nulla è stato fatto, se non meri proclami e vane promesse.
Di 2,3 milioni di tonnellate di macerie, ne sono state raccolte, sino ad oggi, 176.700 tonnellate,
meno dell’8%, con il 92% delle macerie ancora a terra, per lo più nei centri storici dei Comuni
colpiti, a tutt’oggi interdetti alla popolazione.
Dopo quasi un anno dalle prime scosse, circa 9.000 sfollati sono ancora ospitati in strutture
ricettive lontane dai Comuni di originaria residenza – con l’impiego di ingenti risorse che
avrebbero potuto essere destinate alla ricostruzione – mentre altri 3.000 sono rimasti, senza
casa, nel Comune di residenza, alloggiati in tende.
Delle 3620 casette di legno pubbliche ordinate per far fronte alle esigenze abitative in 51
comuni del cratere, solo 296 sono state consegnate e solo 188 sono effettivamente abitate e
soltanto in due comuni, Amatrice e Norcia.
La procedura individuata dal complesso di norme varate, difatti, si è rivelata totalmente
inadatta a fronteggiare l’emergenza e per giungere al definitivo posizionamento delle casette
di legno sono necessari, in ogni Comune, ben 11 provvedimenti da parte delle diverse
amministrazioni (Comunali, Regionali e Centrali) coinvolte nel procedimento: una vera e
propria giungla di burocrazia che ha portato alla più che prevedibile paralisi.
Il CAS (Contributo per l’Autonoma Sistemazione) pari ad euro 900,00 mensili, strumento
individuato per consentire ai privati di risolvere autonomamente il problema della mancanza di
una abitazione, allo stesso modo, non ha mai funzionato a regime, con gravissimi ritardi da
parte delle amministrazioni competenti per l’erogazione e le conseguenti incertezze che hanno
paralizzato la ricerca di soluzioni private.
Alle popolazioni colpite dal sisma è anche di fatto impedito – non essendo stata prevista
alcuna deroga, anche temporanea, alla disciplina in vigore nel resto del territorio nazionale in
materia urbanistica, edilizia e ambientale – di far fronte autonomamente e con risorse proprie –
cioè senza alcun onere a carico della collettività – allo stato di necessità determinato dal
sisma. Coloro che hanno provveduto, a proprie spese, alla realizzazione e al posizionamento
di una soluzione abitativa anche temporanea su terreni di proprietà (ad esempio accanto alla
casa inagibile, o accanto alle stalle o alle serre), sono stati infatti destinatari di ordinanze di
demolizione e sono stati denunziati all’Autorità Giudiziaria in sede penale per abusivismo
edilizio.
Riguardo alla ricostruzione, non ancora iniziata, è stato previsto il 31 luglio 2017 quale termine
perentorio per la presentazione delle domande volte ad ottenere il contributo pubblico. Le
domande devono essere, a pena di inammissibilità, corredate dalla scheda che definisce lo
stato dell’immobile redatta a seguito dei sopralluoghi da parte dei tecnici preposti. Tuttavia, i
tecnici della Protezione civile hanno svolto 184.700 sopralluoghi su 208.000 immobili da
verificare: ne mancano 23.000, di cui 19.200 nelle sole Marche.
Inoltre, ai sensi dell’art.6, comma 13, del decreto-legge 17 ottobre 2016, n. 189, il cittadino
terremotato che vorrà percepire il contributo statale per la ricostruzione, non avrà la libertà –
prevista e allo stesso garantita dall’art. 42, comma 2, della nostra Costituzione – di selezionare
l’impresa esecutrice, ma sarà costretto ad individuarla mediante procedura concorrenziale, tra
le sole imprese che risultano iscritte nella Anagrafe di cui all’articolo 30, comma 6. Gli esiti
della procedura concorrenziale dovranno anch’essi essere allegati alla domanda di contributo.
Per effetto di tali norme, sono escluse dalla ricostruzione la maggior parte delle imprese locali
di piccola e media dimensione – con ogni conseguenza in termini di mancato rilancio del
tessuto produttivo locale già messo in ginocchio dal sisma – mentre per altro verso, le sole
imprese che potranno partecipare alla ricostruzione, essendo l’affidamento determinato in
base al criterio del massimo ribasso del prezzo, tenderanno ad effettuare i lavori di
ricostruzione al risparmio, con il grave e prevedibile pericolo per la qualità antisismica delle
nuove costruzioni.

Quanto sopra ha letteralmente messo in ginocchio le attività produttive dei territori colpiti dal
sisma, a causa di interventi legislativi assolutamente inadeguati: decine di migliaia di
agricoltori e di allevatori hanno perso tutto, gli artigiani e i piccoli imprenditori hanno subito
l’annientamento della propria attività. Solo nel settore agricolo Coldiretti ha stimato danni per
2,3 miliardi per 25 mila aziende agricole residenti nei 131 comuni terremotati di Lazio, Umbria,
Marche, Abruzzo>>

SVOLGIMENTO

L’istruttoria dibattimentale ha fatto emergere uno spaccato desolante, da una parte un’Italia,
con tutti i suoi apparati, con la politica, con gli enti locali, paralizzata di fronte alla tragedia che
ha scosso le zone colpite dal terremoto, dall’altra l’Italia del popolo, che ha cercato di attivarsi
per la ricostruzione, che ha chiesto di poter ricominciare a vivere, che ha indicato, come
prioritario, il sostegno alla ripresa delle attività lavorative.
Assenti le Autorità invitate, vale a dire il Presidente del Consiglio, il Ministro dell’Interno, i due
Commissari alla ricostruzione che si sono succeduti, il Presidente della Regione Lazio, il Capo
della Protezione Civile, di fronte a questo Collegio sono sfilati i cittadini che hanno raccontato
incredibili storie di burocrazia e inefficienza, che hanno urlato la disperazione dei più ed hanno
riportato tragici esempi di vite strappate non dal sisma, che pur ne ha mietute in quantità, ma
dalla disperazione del “post” terremoto.
Sintomatico, per dimostrare il dramma di quelle popolazioni, è quanto accaduto il 20/05/2017.
Un allevatore di 58 anni è stato trovato senza vita in un capanno sul suo terreno a due passi
dalla sua abitazione (inagibile per il sisma) nelle campagne del comune di Fiastra. Si è
impiccato legando una corda alla trave del capanno. Viveva con la madre anziana in un
modulo vicino alla sua abitazione danneggiata dopo le scosse del 30 ottobre. Aveva visto
morire i suoi animali e attendeva, da quasi un anno, un ricovero per quelli che gli erano
rimasti, e che si consumavano in una lenta agonia, senza poter fare nulla per salvarli.
E’ stato ascoltato Jimmy Ghione che, per conto del programma” Striscia la notizia”, più volte si
è recato sui luoghi del Sisma, e l’ultima 20 giorni prima del nostro processo. Ci ha raccontato
che, nonostante il tempo trascorso, le cose non sono cambiate. Macerie dappertutto, con
conseguente impossibilità di recuperare i propri effetti nelle zone rosse o in quelle non rosse,
poiché inaccessibili; bare ancora fuori dai loculi nel cimitero de L’Aquila; gente che vive ancora
nei container in Val Topina (PG); molti anziani morti per i disagi conseguenti al sisma; sindaci
intervistati che hanno riferito di aver dato appalti a imprese, poi fallite, che hanno realizzato
edifici non abitabili né collaudabili per l’inadeguatezza dei materiali e delle tecniche di
costruzione.
Ha giustamente evidenziato, da una parte l’assenza del governo, dall’altra la presenza di un
capitale umano straordinario non coordinato, soldi donati da tutta Italia ancora giacenti nelle
banche, privi di destinazione, ma dai quali si è attinto addirittura per costruire in Abruzzo una
pista ciclabile.
Ci ha fatto l’esempio di un fornaio che gli ha mostrato il suo forno inagibile, e che aveva
chiesto di poterlo trasferire nel suo terreno ma si era ritrovato di fronte a un ginepraio
burocratico, che gli ha impedito di realizzarlo.

Ed ha evidenziato la drammaticità della situazione per i giovani, poiché non ci sono punti di
ritrovo, non ci sono più oratori né bar né centri di aggregazione, e sono costretti ad andare via
dal paese “fantasma”.
Triste conferma di ciò è un fatto accaduto dopo il dibattimento, che non può essere ignorato
nella stesura della motivazione: il Centro polivalente di Norcia, autorizzato con ordinanza del
sindaco attraverso le deroghe previste per l’emergenza, è stato sequestrato nel marzo scorso
con ordinanza del Gip su richiesta della procura della Repubblica di Spoleto. Al sindaco e
all’architetto sono stati contestati l’abuso edilizio e la violazione di una serie di vincoli
ambientali e paesaggisti poiché, a loro avviso, le opere avrebbero dovuto seguire l’iter
ordinario. Il Centro era stato inaugurato nel giugno 2017 e realizzato coi fondi raccolti in favore
delle popolazioni terremotate da Tg La7 e Corriere della Sera.
La riprova dell’assurdità di tale vicenda è arrivata dalla testimonianza di un Sindaco del Lazio,
che ha raccontato di aver subito ben 29 processi penali per la sua intraprendenza. Utilizzando
il suo potere di emettere ordinanze contingibili e urgenti, ha tolto le macerie dal paese, e ha
messo lui in sicurezza i campanili, visto che il Ministero dei beni culturali e ambientali non
dava cenni di vita.
Il Sindaco ha esposto le preoccupazioni dei suoi cittadini, convinti che l’inerzia delle autorità
fosse motivata dal desiderio di lasciar morire i piccoli comuni, per non spendere in
infrastrutture e concentrare i superstiti nelle aeree urbane di maggiori dimensioni. E per ridare
vita al suo paese, ha chiesto l’istituzione di una zona franca urbana, nella quale consentire
l’apertura di nuove aziende prive di imposizione fiscale per almeno 2 anni, come promesso dal
Governo in un primo momento, ma rimasto lettera morta. Non ha ricevuto risposta.
Il Presidente del Parco Nazionale del Gran Sasso, ha messo a confronto le diverse modalità
utilizzate per la ricostruzione nei due diversi eventi sismici verificatisi in Abruzzo, quello del
2009, che colpì l’Aquila e dintorni, e quello del 2016, di portata ben più vasta. Trattamenti
differenti, giustificati con la lotta alla corruzione, ma questo “metodo” diverso, nell’evento del
2016, aveva provocato la paralisi nella ricostruzione, lo spopolamento del territorio, la
trascuratezza dell’ambiente, con esondazione dei fiumi causate dalla mancata rimozione delle
macerie e dalla mancata pulizia delle acque e degli argini. Danno su danno.
A suo dire l’introduzione di soffocanti adempimenti burocratici e la cultura del sospetto, hanno
contribuito alla paralisi delle attività, e all’instaurazione di un clima di terrore della denuncia.
Una cittadina di Norcia ha denunciato la fuga delle attività commerciali, sparite o delocalizzate
da parte di chi aveva la possibilità di farlo.
Ha denunciato l’inaffidabilità delle istituzioni che, attraverso un frenetico susseguirsi di
ordinanze, “rettificavano” giorno per giorno i requisiti per ottenere gli aiuti economici, ne
modificavano la quantità concedibile, danneggiando chi, sulla scorta di una precedente
ordinanza, si era obbligato economicamente per scoprire, poi, che l’impegno assunto non
poteva essere onorato poiché le regole erano state improvvisamente cambiate.
E ha denunciato gli sprechi conseguenti al fatto che la ricostruzione affidata alla Regione,
aveva costi molto più alti di quella realizzata da privati.
Un altro Sindaco, di una cittadina marchigiana, ha nuovamente denunciato la contraddittorietà
delle ordinanze che si susseguivano, ed ha invocato una zona franca defiscalizzata per le aziende,
finalizzata ad evitare la fuga dei giovani, lo spopolamento e l’impoverimento del
territorio.
Ha contestato la procedura delle gare d’appalto europee, a causa delle lungaggini
nell’espletamento delle incombenze amministrative, facendo presente che, se la ricostruzione
fosse stata affidata ai sindaci, in meno di un anno le casette previste per gli sfollati sarebbero
state consegnate.
Un esperto amministrativista, professore universitario, ha puntato il dito sul nuovo sistema che
governa le emergenze, intriso di norme, attività legislative, incursioni da parte della giustizia,
con ipotesi di responsabilità penali, contabili, e civili per gli amministratori, che frenano
qualsiasi iniziativa.
E a proposito degli appalti per la ricostruzione, ha ricordato il divieto di aggravamento dei
requisiti richiesti ai concorrenti, ignorato da chi compila i badi di gara.
Un rappresentante del mondo del volontariato, che ha gestito vari campi del cratere, e che
aveva partecipato anche a interventi nei sismi precedenti, ha evidenziato il depotenziamento
progressivo della Protezione Civile italiana dal 2009, anno del terremoto a L’Aquila, al 2016.
Ed ha sottolineato la farraginosità del sistema vigente, che prevede una diarchia, formata da
due figure distinte: da una parte il capo della protezione civile, dall’altra il capo della
ricostruzione, con tutte le immaginabili contraddizioni, incomprensioni e i conseguenti ritardi.
Alla data del processo, solo il 27% delle casette previste erano state consegnate, solo il 10%
delle macerie era stato smaltito, solo il 20% dei fabbricati non agibili era stato ripristinato.

MOTIVI

Il quadro emerso dalle testimonianze ascoltate è risultato desolante e sintomatico di uno Stato
che più che pensare a soccorrere i cittadini colpiti dalla tragedia, si disperde tra commi e
ordinanze, tra incertezze esecutive e immobilismi, incapace non solo di fornire risposte, ma
persino di affrontare la tempistica della ricostruzione.
In alcuni momenti drammatici il Collegio ha ascoltato i racconti della gente comune che ha
parlato di agricoltori disperati perché non potevano aiutare il loro bestiame sofferente,
affamato, assetato; di persone anziane decedute nei container, in attesa di una sistemazione
definitiva; della rabbia provata nello scoprire che parte dei fondi raccolti dalle donazioni di
privati cittadini, era stata utilizzata per scopi diversi dalla ricostruzione; della depressione dei
sopravvissuti che avevano perso i loro cari nel sisma e che non intravedevano speranze
concrete nel loro futuro; della disperazione di chi aveva perduto tutto e non percepiva il
sostegno dello Sato; della fuga dei giovani che, di fronte all’inerzia della pubblica
amministrazione, con il cuore in gola erano costretti a emigrare altrove per sopravvivere;
dell’incredulità di fronte alla mutevolezza delle ordinanze sui finanziamenti, o sulla
ricostruzione, o sulla verifica delle condizioni dei fabbricati; delle accorate richieste di aiuto
inoltrate ovunque senza avere risposte concrete da parte di chi detiene il potere di agire, o
senza avere il risalto adeguato sui mezzi d’informazione; dello sconcerto conseguente alle
molteplici promesse ricevute dai vari politici che si erano recati in visita sui luoghi teatro del
dramma, che avevano alimentato le speranze, ma cui nessuno aveva dato seguito; della
schizofrenia di chi, a qualunque titolo e in qualunque veste, aveva legiferato sull’emergenza,
aggravando sempre di più le incombenze a carico di danneggiati, e creando dei mostri
normativi che prevedevano percorsi tortuosi e impervi, pur seguendo i quali non si riusciva ad
approdare ad alcunché; dello stupore nel constatare, de visu, le modifiche intervenute
sull’emergenza dopo il sisma del 2009, modifiche che erano la causa dei ritardi,
dell’inefficienza, del susseguirsi delle disgrazie sofferte dai più, successivamente al terremoto;
dell’incredulità nella constatazione che patrimoni artistici, culturali, ambientali così importanti
per la Nazione, fossero lasciati nel completo abbandono, con le ovvie ripercussioni sul turismo
locale e sull’economia; del disinteresse con cui era stato affrontato il problema delle imprese
danneggiate, in un territorio che un tempo si contraddistingueva per le produzioni locali sia
agroalimentari che manifatturiere, che industriali.
E il Collegio si ferma qui nell’elencazione del dolore profondo percepito nelle parole di tutti
coloro che hanno voluto essere ascoltati per denunciare l’assenza delle istituzioni.
Un dato è stato, però, evidente, e travalica le emozioni pur suscitate da questo incontro:
la solidarietà dimostrata dal popolo italiano nei confronti dei fratelli colpiti dalle calamità,
consistente, generosa, immediata, non ha raggiunto lo scopo, così innescando un
meccanismo di sfiducia a catena, che si è impadronito sia delle popolazioni direttamente
coinvolte, che di coloro che avrebbero voluto partecipare al loro sostegno e alla ricostruzione.
E’ stato sottolineato, ad esempio, che le somme donate tramite gli SMS solidali, oltre 14
milioni di euro, non dovrebbero essere utilizzate per opere pubbliche, la cui ricostruzione
dovrebbe essere prerogativa dello Stato attraverso l’utilizzazione dei fondi provenienti dalla
fiscalità generale e dagli stanziamenti dell’Unione Europea. Ma dovrebbero essere destinate
direttamente ai cittadini colpiti, in ossequio al principio di sussidiarietà.

Da più parti sono state invocate leggi speciali, che consentissero un avvio rapido della
ricostruzione. E sono stati portati ad esempio i casi di precedenti eventi sismici accaduti in
Friuli nel 1976 o in un Umbria-Marche nel 1997 o a L’Aquila nel 2009. E’ stato ricordato come
con le leggi all’epoca vigenti, fosse stato possibile fornire alle popolazioni locali risposte
concrete e, soprattutto, veloci.
Nel 1976 nel Friuli Venezia Giulia, a Gemona e dintorni, la scelta fu improntata al principio
“Com’era, dov’era”, che aveva, tra l’altro, un enorme valore consolatorio per le popolazioni che
non volevano sentirsi sradicate. Lo slogan racchiudeva il concetto di una ricostruzione che
riproducesse esattamente lo stato dei luoghi precedente all’evento. Dall’Irpinia (1980) al sisma
del 1997 (Umbria-Marche) fino a quello del 2009 in Abruzzo, fu utilizzato prevalentemente
questo sistema. In Friuli fu colpita un’area di 6 mila chilometri quadrati e i morti furono 950.
Furono coinvolte circa 600 mila persone, 100 mila delle quali rimaste senza tetto. Nei primi
mesi del 1977 era già pronto il piano di ricostruzione di Gemona, (10 mila abitanti, 400 morti).
Nel 1983 erano partiti tutti i cantieri, l’ultimo dei quali fu chiuso nel 1988. Un record. In Irpinia
(23 novembre 1980), si contarono quasi tremila morti: “com’erano e dov’erano” risorsero in
particolare i centri storici di Sant’Angelo dei Lombardi e di Caposele. E così dopo il terremoto
umbro-marchigiano del 1997.
La formula fu abbandonata nel 2009 a L’Aquila, dove si scelse la via dei 19 nuovi
insediamenti, le cosiddette new Town, e dove, per resistenze locali, solo a distanza di anni è
partita la ricostruzione del centro storico.
Lo slogan “Facciamo da soli” fu uno stato d’animo, oltre che un progetto politico che
accompagnò quelle stagioni.
Il Friuli dette una lezione: la rottura di una tradizione che voleva lo Stato centrale artefice di
tutto. L’iniziativa fu affidata alla Regione, che fu felice di delegarla ai Comuni. E i Comuni
promossero una intensa partecipazione dei cittadini. La prima decisione, sostenuta da tutti, fu
quella di riparare gli edifici danneggiati, ma non crollati, per ridurre il numero dei senza tetto e
per dare forte il segnale che la vita stava riprendendo.
In occasione del terremoto che colpì l’Umbria e le Marche nel 1997 (i morti furono 15 e i senza
tetto 11 mila), si sperimentò un modello istituzionale nuovo: furono nominati tre commissari, i
due presidenti di Regione e il direttore generale dei Beni culturali (che si occupò del
patrimonio storico- artistico): la partecipazione dei cittadini e lo slogan “dov’era, com’era”
furono la bussola che orientò la ricostruzione.
La sistemazione temporanea fu la premessa per una ricostruzione necessariamente lenta, ma
ispirata al criterio che, laddove le condizioni lo consentivano, non ci sarebbe stato nessuno
sradicamento di popolazione. La Regione e i sindaci curarono la pianificazione. Si cominciò
riparando gli edifici che avevano danni più lievi, poi si ricompose l’unità dei centri storici, da
Foligno a Nocera Umbra, da Colfiorito a Sellano e Serravalle di Chienti, applicando la regola
della sussidiarietà, dallo Stato alla Regione, dalla Regione al Comune e ai cittadini.
La ricostruzione umbra stabilì tre principi: l’unitarietà dell’intervento nella completa interezza
dell’edificio danneggiato, l’introduzione in normativa del miglioramento sismico dell’edificio e il
recupero integrato dell’edilizia, pubblica e privata, che permise la riabilitazione dei centri storici
e il miglioramento del patrimonio esistente. Tre principi che hanno permesso all’Umbria
terremotata di rinascere e di resistere, in gran parte, all’ultimo sisma.
La gestione del post-terremoto fu improntata a criteri di decentramento e di flessibilità
(sussidiarietà) integrando tra loro gli attori pubblici e privati:

• lo Stato centrale (governo, parlamento e organismi pubblici collegati all’esecutivo), con
la legge n. 61/1998 stabilì i criteri guida della ricostruzione, affidando alle Regioni interessate il
compito di fissare le norme di dettaglio;
• le Regioni, coadiuvate dalle Province e dai Comuni colpiti, emanarono proprie leggi per
programmare e coordinare l’intera attività ricostruttiva, demandando agli Enti Locali,
adeguatamente rafforzati con personale e strumenti, le singole fasi attuative e istituendo
l’Osservatorio sulla ricostruzione e il relativo sistema informativo digitale;
• i proprietari degli edifici danneggiati (singoli cittadini, imprese, curie vescovili e altri
aventi titolo), furono responsabilizzati e assistiti nella libera scelta su chi affidare i lavori;
• i tecnici (ingegneri, architetti, geometri, geologi, ecc.) e le imprese di costruzione,
certificarono, sotto la propria responsabilità, tramite una modulistica informatizzata, la stima
dei danni, i progetti, la documentazione accessoria, il fabbisogno finanziario dalle voci certe e
standardizzate.
Nel terremoto del 2016 è mancata proprio questa gestione decentrata e flessibile.
In conclusione, il quadro emerso durante il processo, ha evidenziato troppe formalità richieste
per la ricostruzione, troppi limiti imposti, troppi adempimenti burocratici, troppi sbarramenti e,
soprattutto troppa insensibilità nei confronti delle ragioni dei cittadini danneggiati.
Ha fatto trapelare la paralisi in cui versano gli Enti locali, subordinati ai vari Commissari della
ricostruzione e ai molteplici uffici tecnici, più impegnati a compilare carte e aggiornare le
ordinanze, piuttosto che a mappare il territorio ed evadere le pratiche sollecitamente. Ha
mostrato amministratori inebetiti, imbrigliati dalle nuove regole imposte nel nome della lotta
alla corruzione, che sono stati costretti ad assecondare, per non finire, anche se incolpevoli, in
Tribunale. Ha fatto risaltare clamorosamente l’inadeguatezza delle imprese cui sono stati
commissionati quei pochi lavori eseguiti, con risultati insoddisfacenti, oltre che un quadro
normativo di riferimento che sembra fatto apposta per scoraggiare l’iniziativa privata.
Ed è per tutte queste ragioni che non possiamo non ritenere lo Stato Italiano responsabile
della condotta per cui è stato posto sotto processo.
Ed è per le stesse ragioni che riteniamo indispensabile una modifica del quadro normativo di
riferimento, che renda più agile il soccorso e la ricostruzione, che comporti aiuti concreti per la
ripresa del lavoro delle imprese e delle aziende, che favorisca la spinta a restare nei paesi
colpiti garantendo nel frattempo una dignitosa sopravvivenza, che aiuti la speranza dei
cittadini colpiti in una rapida ripresa e riporti la fiducia nello stato e nelle istituzioni. Una legge
che assegni ai Sindaci il ruolo di protagonisti della ricostruzione.

Per queste ragioni

<<Il Tribunale delle Libertà Marco Pannella, valutate le risultanze istruttorie, alla luce delle
deposizioni testimoniali, dei dati ufficiali e delle produzioni audio-video acquisite in conformità
delle contestazioni a suo tempo formulate,
RILEVA

l’esistenza di una perdurante situazione di lesione dei diritti fondamentali in danno delle
popolazioni colpite dagli eventi sismici di agosto/ottobre 2016, nei 131 Comuni dell’Italia
Centrale coinvolti.

In particolare, ritiene di dover evidenziare l’inescusabile ritardo nella rimozione delle macerie –
a tutt’oggi presenti nella misura di oltre due milioni di tonnellate – oltre che la totale
insufficienza e il colpevole ritardo nella fornitura degli alloggi strutturalmente adeguati
necessari per consentire ai residenti dell’area di affrontare le difficoltà sia della stagione
invernale che dell’esistenza quotidiana e per permettere dignitose condizioni di vita che
garantiscano la salute, le attività necessarie per la sopravvivenza, l’insegnamento scolastico,
la salvaguardia della cultura locale, la mobilità e la possibilità di ritorno nell’area soprattutto
delle nuove generazioni impedendo la ‘desertificazione’ del territorio.
Il Tribunale denuncia, inoltre, la totale assenza di iniziative legislative volte all’adeguamento
delle normative vigenti, in modo da renderle idonee a semplificare le procedure finalizzate al
rilascio dei necessari permessi e a consentire ai privati di far fronte autonomamente e
celermente all’emergenza abitativa con le proprie risorse.
Il Tribunale, rileva, inoltre, l’assenza di misure strategiche, concrete ed efficaci, per il sostegno
dell’economia locale, ed in particolare delle piccole e medie imprese che rappresentano il
tessuto vitale dei territori colpiti dal terremoto, oltre che l’uso inidoneo e parziale degli
stanziamenti destinati alle zone terremotate, insieme alla mancata utilizzazione di gran parte
delle somme raccolte attraverso le donazioni private per l’emergenza.
Sotto tale profilo, appare inaccettabile la sospensione del pagamento delle tasse per i
residenti – in luogo di una doverosa esenzione – limitata solamente fino al 16 dicembre del
2017. Ed addirittura, sembra irridente la possibilità offerta, tramite banche convenzionate, di
poter usufruire di un mutuo, la cui concessione risulta lasciata sostanzialmente alla
discrezionalità delle banche e i cui gravami rimarrebbero a carico di coloro che hanno subito i
danni derivati dal sisma.
Sulla base delle esposte emergenze processuali, ritiene il Tribunale che risultano
compromessi i diritti fondamentali delle persone coinvolte nel devastante evento naturale, in
particolare il diritto alla salute, al lavoro, alla casa, all’istruzione e alle relazioni individuali, con
grave ed irreparabile danno al bene supremo della dignità della persona umana, il diritto
all’uguaglianza corroborato dal dovere dello Stato di rimuovere gli ostacoli.
Per queste violazioni e per queste inadempienze, appare evidente la responsabilità dello Stato
italiano, sia sul piano politico che su quello amministrativo, oltre che quella di tutte le Istituzioni
preposte ad affrontare l’emergenza della popolazione dei Comuni colpiti dal terremoto. Il
Tribunale delle Libertà Marco Pannella considera necessario che il Governo, il Parlamento e le
Istituzioni competenti, adeguino immediatamente le norme per le emergenze rendendole
efficaci, semplici e trasparenti, sanando così, almeno in parte, i danni causati alle vittime del
sisma. Ritiene che debba essere riconosciuta l’esenzione totale dalle imposte per i cittadini
colpiti dal sisma fino al concreto ripristino delle loro attività economiche e commerciali, da
incentivare attraverso la costituzione di una “zona franca” in cui impiegare i cittadini residenti e
attirare investimenti nazionali e internazionali. Considera legittimo e auspicabile il ricorso dei
cittadini – che non sono stati tutelati dalle Istituzioni pubbliche – da proporre alla Corte Europea
per i Diritti dell’Uomo.
Infine, preso atto delle gravi inadempienze riscontrate e delle degradanti condizioni in cui
risulta versare la popolazione colpita dal sisma, il Tribunale istituisce un
OSSERVATORIO PERMANENTE PER LE EMERGENZE

con il compito di continuare ad indagare sull’andamento degli interventi emergenziali in atto,
che verranno costantemente monitorati, il cui risultato verrà illustrato in occasione di una
seduta straordinaria del Tribunale delle Libertà Marco Pannella che sarà indetta per la lettura
della motivazione del presente dispositivo.

La Corte del Tribunale delle Libertà Marco Pannella
Dott. Carmelo Rinaudo – Presidente
Avv. Elisabetta Rampelli
Avv. Giuseppe Valentino

In Roma, 23 febbraio 2019