EMILIANO SILVESTRI: al microfono di Radio Radicale, Salvatore Veca, docente di filosofia politica presso la Scuola Universitaria Superiore di Pavia, di cui è stato anche prorettore. Con lui parliamo della condizione di Radio Radicale e delle scelte del Governo concretizzatesi nel dimezzamento dei termini della convenzione nella legge di bilancio. Intanto, il diritto alla conoscenza: uno degli obiettivi che si pone il Partito Radicale, affinché si sancisca in sede ONU il diritto alla conoscenza come diritto umano fondamentale. Radio Radicale ha come motto sul suo sito l’einaudiano “conoscere per deliberare” e nasce esattamente con la missione di far conoscere ai cittadini quello che accade nelle istituzioni. Finanzia per vent’anni questa radio, questa missione si sviluppa e poi a un certo punto interviene il finanziamento, diciamo così anche impropriamente, dello Stato. Cosa pensi di questa idea del diritto alla conoscenza e di come nella pratica politica di Pannella essenzialmente, e del Partito Radicale in generale, si concretizza poi nella creazione e nella azione di Radio Radicale?

SALVATORE VECA – Credo che il diritto alla conoscenza, in prospettiva come diritto umano fondamentale, sia una delle tessere di un mosaico di diritti fondamentali assolutamente importanti su cui vale la pena di fare una riflessione attenta; soprattutto oggi. Il diritto alla conoscenza è l’eguale diritto che ciascun cittadino o cittadina, che ciascun essere umano direi io, ha di disporre di capacità cognitive, cioè della capacità di padroneggiare tutto ciò che ha importanza e rilevanza per la vita collettiva dal punto di vista istituzionale, dal punto di vista legislativo, dal punto di vista delle pratiche sociali. Noi oggi viviamo in una società spaccata dalla disuguaglianza, userò un termine tecnico, dalla “disuguaglianza epistemica”. Parliamo molto di disuguaglianze e giustamente, le denunciamo quando sono ingiustificabili e giustamente, ma spesso non mettiamo così a fuoco un aspetto delle disuguaglianze che è quello epistemico. Cosa vuol dire epistemico? E’ esattamente la disuguaglianza; è cioè lo “human divide”, l’ “epistemic divide”, vale a dire l’ineguaglianza tra coloro che dispongono di informazioni – che sono i possessori di informazioni, di conoscenza su come stanno le cose – e coloro che sono esclusi dall’accesso alla conoscenza. Come ci fossero campi sociali diversi: in una stessa società in cui vige una forma di vita democratica più o meno decente, una forma di vita liberaldemocratica più o meno decente, tu hai chi ha e chi non ha, chi ha conoscenza e chi non ha conoscenza. Questa è una disuguaglianza assolutamente radicale ed è una ingiustizia. Allora, pensare il diritto alla conoscenza come diritto umano fondamentale vuol dire muovere dal fatto radicale dell’ingiustizia come distribuzione iniqua, ingiustificabile, del titolo sulla conoscenza e dell’esclusione dalla conoscenza. Questo è un punto su cui occorre riflettere. Basta pensare -faccio degli esempi molto semplici- al rapporto tra frazioni di cittadinanza e il titolo ad avere conoscenza; pensiamolo rispetto a scienza, mutamento scientifico, o effetti delle applicazioni e delle innovazioni tecnologiche. La (in)capacità di dominare un mondo che domina noi, è qualcosa che rende i cittadini sudditi, quando non schiavi.

EMILIANO SILVESTRI: in un convegno organizzato dal Partito Radicale su questo tema è intervenuta, se non ricordo male, la ex ministra tunisina dell’educazione che affermava: “dal nostro punto di vista, il diritto alla conoscenza si estrinseca anche attraverso il diritto ad avere un sistema educativo che fornisca strumenti di padroneggiamento della conoscenza prima ancora che di conoscenza” che è quello che noi auspichiamo…

SALVATORE VECA – Il diritto alla conoscenza chiama in causa la “provvista” di alcuni beni pubblici. Il primo è certamente quello dell’educazione, cioè il tema oggi della scuola, non solo da noi in Italia ma in giro per il mondo in modi diversi, è un tema cruciale ed è un tema molto spesso dalle nostre parti assolutamente buttato fuori dall’agenda. Se noi guardiamo alle politiche scolastiche negli ultimi anni e alla politica scolastica di questo governo giallo/verde come si usa dire, uno si rende conto subito che la scuola non è al primo posto, che la scuola non è messa a fuoco come un bene pubblico cruciale. Questo è il primo punto; il secondo – e qui siamo al “de nobilis fabula narratur” – è la funzione che ci porta a dire che non è meramente la funzione educativa che è prioritaria, ma è la funzione comunicativa. Cioè a dire, comprendere chi sono i traghettatori, gli ambasciatori dal regno della conoscenza al mondo – diceva il grande filosofo, il ministro scozzese David Hume – della società; lui diceva dal mondo del sapere al mondo della conversazione civile, e aveva in mente che gli ambasciatori fossero donne, in uno dei saggi ritirati. Allora qui abbiamo “educare-comunicare”. Il comunicare è una responsabilità della produzione di un bene pubblico. Non tutto ciò che si comunica (e le ragioni per cui lo si comunica) ha questa natura. Le persone possono comunicare, le imprese possono comunicare per una varietà di motivi del tutto indipendenti dall’idea della produzione di un bene pubblico, cioè di un bene per chiunque; non escludente nessuno. Il grande problema del bene pubblico è la questione di come si genera il bene pubblico, di come si finanzia un bene pubblico; vi sono beni pubblici che devono essere finanziati a base pubblica.

EMILIANO SILVESTRI: Radio Radicale trasmette le istituzioni, non solo il parlamento che è oggetto della convenzione ma anche ciò che non è coperto dalla convenzione; diciamo il tempo libero che la radio ha e che utilizza per far conoscere ai cittadini i congressi dei partiti, i congressi dell’Associazione Nazionale Magistrati, e poi la magistratura contabile, i processi, le associazioni, i sindacati, insomma, quanto più ci riesce di fare; ecco questo ha originato in quarant’anni un archivio sterminato, giudicato anche da autorità in materia – mi viene in mente la rivista scientifica Il Mulino, per dirne una – uno strumento prezioso… Ecco, quindi, possiamo dire che è un servizio, è un bene pubblico… ma la risposta del Presidente del Consiglio è stata “siete bravi, andate sul mercato”!…

SALVATORE VECA: Questa, in realtà, è una risposta piuttosto penosa. E’ penosa perché c’è questo mito dell’andare sul mercato; ci sono cose che devono andare sul mercato e ci sono cose che devono essere immunizzate rispetto al mercato. Vorrei fare un’osservazione che può sembrare bizzarra, ma che in realtà è legata anche alla questione di cui stiamo discutendo, direttamente legata. Uno pensa al servizio pubblico nell’ambito della comunicazione e la prima cosa che dovrebbe venire in mente, nel nostro caso, non è la BBC ma è certamente la RAI. Quello che a me fa impressione è che la RAI, che dovrebbe erogare servizio pubblico: dispone di un canone, il canone viene prelevato dalla platea di cittadinanza…. Ecco è molto, molto difficile identificare in che senso e che cosa la RAI generi, produca, come servizio pubblico, come bene pubblico. In realtà, se io penso alla storia di Radio Radicale – cui sono molto affezionato ma indipendentemente dalla mia affezione per Radio Radicale – la guardo con imparzialità: la storia di Radio Radicale è la storia di un’emittente che si è impegnata nel comunicare in pubblico ciò che riguarda il pubblico, non meramente lo spazio istituzionale che ovviamente è noto, ma anche quello che io chiamo “lo spazio sociale”. Quando c’è presenza e si rende conto nei confronti di un pubblico di cosa accade nelle aule dei tribunali e di che cosa accade nei convegni dei partiti (o di quelli che usiamo chiamare tali); di che cosa accade in contesti che socialmente toccano le persone, di che cosa accade, naturalmente, laddove il legislatore è all’opera. Di che cosa accade in quelli che il grande maestro – mio grande amico – Norberto Bobbio chiamava gli “arcani imperi” (mentre una democrazia dovrebbe essere una casa di vetro), possiamo dire che Radio Radicale ha contribuito a rendere un po’ meno opaca la gestione dell’autorità politica o la gestione di altri tipi di autorità nella nostra società; che ha cercato di togliere un po’ il diaframma che oscurava e che in realtà – pensiamoci bene – di nuovo trasforma i cittadini in sudditi o in spettatori. Radio Radicale col suo ruolo pubblico – non dico di istituzione pubblica ma di produzione di bene pubblico – ha in qualche modo sostenuto il diritto di cui parlavamo, cioè il diritto di qualsiasi cittadino, di qualsiasi cittadina, di accedere, di conoscere, di giudicare.

Conoscere per deliberare, come diceva Einaudi – mi ricorda un altro grande discorso che è alle origini della nostra democrazia anche se secoli fa e terribilmente diversa dal nostre democrazie rappresentative, ma l’idea del famoso discorso di Pericle nelle Guerre del Peloponneso narrate da Tucidide, il più grande storico dell’antichità, per cui Pericle sosteneva che ciascuno di noi ha la stessa capacità di giudizio e deve avere la stessa capacità di giudizio sulle cose pubbliche e deve poter prendere la parola: questa è l’isegoria ed è l’isotimia per Pericle. Ora, per fare ciò io devo