Cresce il sentimento anti-cinese nell’Asia centrale

Sarà l’Asia centrale a rovinare le ambizioni di Pechino?

Il 1° ottobre, migliaia di immigrati cinesi, sparsi in tutta l’Asia centrale e oltre, hanno celebrato la loro giornata nazionale con cerimonie e sfilate di alzabandiera. In Cina, queste celebrazioni includevano una grande parata militare, che metteva in mostra nuove armi e le ultime tecnologie del paese. Ma oltre i confini, in mezzo a queste proiezioni coreografiche di unità nazionale, l’atmosfera festiva è stata interrotta dal riemergere di un diffuso sentimento anti-cinese tra gli asiatici centrali.

Tra la riorganizzazione cinese del tessuto sociale della regione, la sua crescente presenza, influenza finanziaria e gli sviluppi economici degli ultimi due decenni hanno dato la Cina un notevole potere sull’ordine regionale e nelle narrative regionali.

Gli interessi e le attività cinesi in Asia centrale hanno fatto parte di un piano attentamente elaborato. Inizialmente, Pechino ha cercato di smilitarizzare i confini, a cui è seguita la repressione della comunità uigura, la creazione di un quadro di sicurezza collettiva attraverso l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai, la costruzione di infrastrutture e sistemi di comunicazione nella regione e infine un afflusso di soft power.

Tuttavia, la presenza di Pechino in Asia centrale è a volte controversa e piena di confusione e complicazioni. In parole povere, i cinesi sono diventati, in parte, un capro espiatorio per le lamentele locali – problemi economici e occupazionali – e un punto focale per delicate questioni transfrontaliere come il trattamento oppressivo delle minoranze musulmane in Cina e le accuse di una diplomazia attraverso la trappola del debito.

Dominio cinese e la trappola del debito

Il dominio cinese nella regione ha sollevato importanti dibattiti sulla corruzione di alto livello e richieste di trasparenza nelle attività finanziarie del governo, in particolare per quanto riguarda la spesa per sovvenzioni e prestiti cinesi, i quali sono in rapido aumento nell’ultimo decennio.

La finanza cinese nell’ambito dei redditizi progetti del Belt and Road Initiative ha offerto grandi opportunità agli stati dell’Asia centrale che necessitano di ingenti investimenti per mantenere i tassi di crescita. Ma questa opportunità comporta pari livelli di rischio. Un rapporto del 2018 ha elencato il Kirghizistan e il Tagikistan tra gli otto paesi vulnerabili alla “sofferenza debitoria” dato che la Cina detiene il 41 percento e il 53 percento dei rispettivi debiti dei paesi.

Mentre il Kirghizistan sembra resistere relativamente bene dato che la maggior parte del suo debito è a lungo termine, la relazione tra Tagikistan e Cina ha notevolmente aumentato la dipendenza del primo stato dal secondo. Di recente, Dushanbe ha dovuto difendere una decisione di dare una miniera alla Cina in cambio di una centrale elettrica, infuriando il pubblico. La concessione per la miniera include un’esenzione dalle tasse sulle entrate e sui dazi doganali per le attrezzature portate in Tagikistan. Un esperto ha osservato questa crescente dipendenza dalla Cina e ha affermato che l’accordo “di fatto concede in controllo delle nostre risorse minerarie”.

Questo tipo di accordo è un continuo nella relazione tra Pechino e Tagikistan. Quando il Tagikistan non riesce a ripagare i suoi debiti, vende terreni e concede altre concessioni alla Cina. Nel 2011, il Tagikistan ha posto fine a una disputa sul confine cedendo delle terre in un accordo che si crede essere concordato in cambio della riduzione del debito. Poco dopo, venne concessa ancora più terra a 1.500 agricoltori cinesi in Tagikistan, una mossa descritta da un sociologo tagiko come l’apertura delle porte alla crescente “influenze nella politica interna” della Cina. La situazione è aggravata dal fatto che gran parte del denaro ottenuto da Pechino va a progetti di vanità del regime tagiko, come l’asta della bandiera più alta del mondo, il teatro più grande del regno e un nuovo complesso parlamentare.

La questione della dipendenza dal debito si accentua ancor di più quando si considera la questione del lavoro importato dalla Cina. Secondo alcune stime, nel 2018 sono oltre 30.000 i migranti cinesi trasferitosi in Kirghizistan, molti dei quali hanno lavorato come operai edili in progetti finanziati dalla BRI. Il Tagikistan ha anche affrontato un crescente malcontento pubblico. Dati non ufficiali affermano che ci son 150.000 lavorati migranti cinesi nel paese.

Come molti paesi in tutto il mondo, gli stati dell’Asia centrale precedentemente dipendenti dagli investimenti russi (che oggi impallidiscono rispetto alle offerte cinesi), stanno ora gravitando verso Pechino. Ma mentre un finanziamento relativamente economico e rapido dal potere ascendente dell’Asia può sembrare attraente, questi accordi hanno un costo. A gennaio, la polizia kirghisa ha arrestato oltre una dozzina di persone durante quelle che sono state descritte come le “più grandi proteste pubbliche fino ad oggi” in Asia centrale. I manifestanti chiedevano che fossero concessi meno permessi di lavoro ai lavoratori cinesi. Il mese scorso le proteste contro progetti di costruzione cinesi, iniziate nella città industriale di Zhanaozen nel Kazakistan, hanno fatto colpo su un pubblico più ampio, diffondendosi fino ad Almaty.

 

Traduzione di Laura Harth

Fonte: The Diplomat