Reporters Without Borders propone meccanismo di controllo globale per le informazioni online

Nel momento in cui negli Stati Uniti il Congresso americano apre un’indagine conoscitiva sull’app TikTok, riportiamo un’opinione di Christophe Deloire, Segretario Generale di Reporters Without Borders su Foreign Policy del 6 Novembre 2019, ribadendo che alcune delle questioni chiave che pone sul potere dei nuovi media sull’informazione che ricevono i cittadini, non sono che l’estensione esponenziale delle politiche portate avanti anche dei media tradizionali, come dimostra ampiamente il caso Italia nei confronti del Partito Radicale, censurato in tutte le sue iniziative salvo per l’attribuzione di notizie possibilmente diffamatorie di cui altri sono autori.

 

Per fermare le notizie false, il giornalismo online ha bisogno di un cane da guardia globale

Senza regole che spingono i motori di ricerca e le compagnie di social media a dare priorità alle fonti di informazione affidabili e veritiere, la propaganda e i contenuti censurati domineranno le piattaforme digitali.

A settembre, il Guardian ha rivelato le regole di moderazione di TikTok, la piattaforma video utilizzata da centinaia di milioni di giovani in tutto il mondo. Il giornale ha dimostrato come la piattaforma di proprietà cinese vieti “critiche/attacchi a politiche o regole sociali di qualsiasi paese, come la monarchia costituzionale, la monarchia, il sistema parlamentare, la separazione dei poteri, il sistema del socialismo, ecc.” E’ anche vietato un elenco di “leader stranieri o figure sensibil”, compresi i leader passati e presenti della Corea del Nord, il presidente americano Donald Trump, l’ex presidente sudcoreano Park Geun-hye e il presidente russo Vladimir Putin, nonché eventi storici proibiti, tra cui la repressione di Piazza Tiananmen nel 1989, i disordini del maggio 1998 in Indonesia e il genocidio in Cambogia.

TikTok è la versione internazionale dell’app cinese Douyin. TikTok stesso non è disponibile negli app store cinesi, ma entrambe le applicazioni sono di proprietà della stessa società, il colosso cinese dei social media ByteDance. L’app ha anche politiche di moderazione locali. In Turchia, TikTok ha vietato le critiche al presidente Recep Tayyip Erdogan, così come le rappresentazioni di “divinità non islamiche” e le immagini del consumo di alcol e delle relazioni omosessuali, nessuna delle quali in realtà è illegale in Turchia.

Una piattaforma restrittiva che impone un pregiudizio ispirato a un regime dispotico su un pubblico globale significa che gli sviluppatori si autocensurano prima che arrivino le critiche. Quel modello si è ripetutamente riscontrato quando si tratta di tecnologia e Cina, da Apple che rimuove strumenti come le reti private virtuali (VPN) dal suo negozia lì a Hollywood, evitando trame che potrebbero far arrabiare Pechino.

Mentre TikTok afferma che non è influenzato da alcun governo straniero e non rimuove i contenuti basati sulle sensibilità in Cina, deputati senior del Congresso degli Stati Uniti ora chiedono un’indagine su TikTok per motivi di sicurezza nazionale.

Delle domande su chi controlla ciò che vediamo e sentiamo vanno ben oltre gli adolescenti che usano TikTok: questo è un dilemma per tutte le generazioni e attraversa tutte le piattaforme. Tra cinque o dieci anni qualcuno potrebbe chiedere a un dispositivo Alexa di Amazon: “Che tempo fa oggi?” Una domanda abbastanza semplice. Ma che dire invece di: “Quali sono le notizie politiche importanti oggi?”, o “Come dovrei votare?”

Il dispositivo fornirà un riassunto neutrale? Introdurrà gli argomenti con “secondo questa fonte”? Tutti riceveranno le stesse informazioni? O il dispositivo creerà una risposta algoritmica, alimentando ciò che percepisce come interessi e pregiudizi degli utenti? Ancora peggio, rispetterà gli interessi del proprietario dell’azienda che l’ha creato?

Questo non è che un assaggio di dove è diretto il mondo. E’ palesemente chiaro che i consumatori di notizie digitali hanno urgentemente bisogno di alcune regole prima che il panorama delle informazioni venga inquinato e manipolato senza possibilità di riparazione.

Man mano che i monopoli e le autocrazie dominano sempre più non solo quali sono le informazioni condivise ma anche il modo in cui sono condivise, è sempre più cruciale che le democrazie affermino dei principi per garantire ai cittadini il diritto alla libertà di opinione, basato su informazioni affidabili e pluralistiche, senza pregiudizi algoritmici, politici o religiosi.

A ottobre, Mark Zuckerberg ha usato la libertà di espressione come argomento per contrastare i valori di Facebook con la visione cinese, chiedendo delle norme che non minino la libertà di espressione e i diritti umani. Il problema è che difende un sistema in cui esiste una concorrenza diretta e sleale tra diversi tipi di contenuti, propaganda, pubblicità, voci e fatti verificati. La “dottrina di Zuckerberg” non tiene conto della necessità di promuovere il pluralismo e l’affidabilità di notizie e informazioni attraverso meccanismi adeguati per garantire la libertà di opinione.

Il dibattito democratico richiede verifica e indipendenza editoriale. Facebook, Twitter e Google – le aziende con più potere della maggior parte dei paesi quando si tratta di diffusione di informazioni – devono riesaminare i sistemi che hanno messo in atto. Pertanto la loro partecipazione è essenziale.

Questi problemi vanno oltre la capacità di qualsiasi governo particolare. Tenendo questo presente, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York a settembre, 30 paesi hanno compiuto un passo importante verso la creazione di un nuovo organo che potesse fungere da garante di tale diritto. Regno Unito, Australia, Francia, Corea del Sud, Canada, Tunisia e altri 24 paesi hanno firmato il partenariato internazionale sull’informazione e la democrazia. 

Questa iniziativa si basa sul lavoro di Reporters Without Borders, noto con l’acronimo francese RSF, e dei suoi partner tra cui il premio Nobel iraniano Shirin Ebadi, gli economisti Joseph Stiglitz e Amartya Sen e molti altri intellettuali, attivisti e giornalisti. La partnership è l’ultimo passo verso l’Information and Democracy Forum, un nuovo ente internazionale per affrontare la crisi delle informazioni frontalmente.

Il Forum non è un tentativo di rimettere il genio in bottiglia ma uno sforzo per imporre garanzie democratiche su piattaforme di informazione e comunicazioni digitali. L’obiettivo è prevenire il crollo dell’idea di fatto oggettivo e di opinione informata, che ha costituito la base della democrazia nei tempi moderni. Allo stesso modo in cui quasi tutti i paesi concordano di regolamentare gli standard idrici per mantenere sicura l’acqua potabile dei cittadini, le persone in tutto il mondo hanno bisogno della stessa cosa nell’ecosistema dell’informazione.

Questa nuova entità sarà guidata e governata da organizzazioni non governative per evitare di essere annullata da interessi aziendali o politici, e incaricata di emettere raccomandazioni a governi e piattaforme. Esperti indipendenti monitoreranno quindi le modifiche apportate dalle piattaforme, assicurando che vengano prese misure concrete per passare a degli standard più elevati. Le valutazioni fornite da questo nuovo organo avranno una legittimità e un impatto equivalenti a quelli del gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici nel campo della politica ambientale. Ma farà di più, fornendo input concreti per impostare le regole del gioco.

Tra le altre questioni, il Forum si preoccupa di come l’ecosistema dei media dia la priorità alle informazioni “buone” (affidabili, verificabili e indipendenti) rispetto alle informazioni e alla propaganda “cattive” (piattaforme polarizzate, basate sull’agenda e vere e proprie falsità). Questo è lo scopo della Journalism Trust Initiative, lanciata da RSF, che mira a premiare i media che rispettano gli standard giornalistici di base, creando un fattore di integrità dell’indicizzazione algoritmica.

Qualunque sia il loro status o marchio, le fonti di notizie che soddisfano criteri rigorosi sui processi editoriali e sulla trasparenza meritano un vantaggio quando vengono indicizzate algoritmicamente o quando gli inserzionisti fanno le loro scelte. Con questo processo al termine della prima fase, un processo di standardizzazione collaborativa che va dalla Corea del Sud all’Europa, con Facebook e Google registrati come parte interessate, dimostra che ciò potrebbe fornire la soluzione che le pubblicazioni e le piattaforme stanno cercando.

Se le democrazie non impongono i loro principi, saranno indebolite dall’interno e dall’esterno. Se i consumatori dei media desiderano informazioni gratuite, indipendenti e affidabili, devono difendere coloro che le producono. Ma c’è una precondizione: che le regole del gioco non siano un incitamento alle manipolazioni o alle “voci”.

C’è un urgente bisogno di uscire dalla giungla del caos informativo in cui dominano i predatori digitali. Con i governio che sottoscrivono tale bisogno di regolamentazione, con una supervisione indipendente che assicura che si verifichino cambiamenti concreti, piattaforme come Facebook possono essere costrette a fare meglio nel curare ciò che forniscono agli utenti, proteggendoli dalla censura del governo.

Christophe Deloire, Segretario Generale di Reporters Without Borders