In nome dello Stato di Diritto, la ragionevole durata dei processi

In nome dello Stato di Diritto, la ragionevole durata dei processi

di Maurizio Turco e Irene Testa, Left
Come Partito radicale abbiamo deciso di intraprendere una azione giudiziaria, concepita dall’Avv. Besostri per la durata ragionevole die processi. Il ricorso pro bono è quello che, nei paesi anglosassoni, porta nelle aule di giustizia le richieste dei cittadini di avanzare sul fronte delle garanzie; nella penosa condizione in cui versa in Italia lo stato del diritto, siamo costretti ad utilizzare lo strumento per frenare l’ulteriore erosione dei diritti dei cittadini.
La roboante affermazione del diritto ad una durata ragionevole dei processi risale al nuovo articolo 111 della Costituzione, modificato nel 1999: ma era un testo introdotto sotto dettatura della Corte europea dei diritti dell’uomo, visto che il diritto è sancito dall’articolo 6 della CEDU già da mezzo secolo. Noi lo abbiamo richiamato nella nostra Carta costituzionale, ma abbiamo continuato a tradirlo, come dimostrano le migliaia di condanna per la “legge Pinto”. Ebbene, non la moneta di un indennizzo economico, ma l’accertamento di un diritto oggi chiediamo al giudice civile, mediante il ricorso cui invitiamo tutti ad associarsi.
Il diritto che chiediamo al giudice di tutelare riguarda ogni fruitore del sistema Giustizia, reale o potenziale: ognuno di noi ha interesse a che la Corte costituzionale si pronunci il prima possibile, per ripristinare il sistema della prescrizione presente nel codice penale e mantenuto in settant’anni di democrazia repubblicana.
Pannella diceva che il non luogo a procedere, per superamento del termine di prescrizione, è l’amnistia dei ricchi; oggi, purtroppo, essa riguarda tutti, perché la Giustizia si ingolfa a prescindere dalle tattiche dilatorie degli imputati “eccellenti” e dei loro legali pagati profumatamente. Oggi un indagato non vede la luce in fondo al tunnel e, spesso, cerca di sottrarsi allo stigma sociale patteggiando una colpa non sua o non del tutto sua. Ma questo riguarda anche la persona offesa dal reato, che sempre più spesso vede passare il tempo senza che un accertamento dei fatti lo legittimi a richiedere il sospirato risarcimento del fatto ingiusti subìto in ragione di un reato.
Tutti questi cittadini avevano, nella minaccia incombente sul processo a causa della prescrizione, un grande alleato: il giudice che non vuole vedere sfumare il suo lavoro è portato ad accelerare i processi. Senza più lo stimolo ad accelerarli, derivante dal correre della prescrizione, la loro durata si prolungherà all’infinito: dopo il Capodanno 2020, se entra in vigore il testo di Bonafede, il cittadino resterà appeso ad una sentenza destinata a tardare anni; per molti di loro, ciò equivale ad una violazione della presunzione di non colpevolezza, perché soffriranno per anni le conseguenze di un giudizio non ancora definitivo.
Per evitare la logica del fatto compiuto, proponiamo di utilizzare la stessa strada con cui l’Italicum fu portato, in pochi mesi, da Besostri al sicuro giudizio di incostituzionalità: il ricorso, con cui chiediamo al tribunale civile di investire la Consulta, invoca l’articolo 111 della Costituzione sull’obbligo di garantire una durata ragionevole ai processi. Questa norma di civiltà, unitamente a tutte le altre che la Costituzione appresta a tutela dei diritti umani, contesta la menzogna, spacciata dal ministro Bonafede, secondo cui l’abolizione della prescrizione penalizza solo gli imputati “eccellenti”. Lo Stato di diritto non si gestisce con la logica del cartello del salumiere: “per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno”.
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