Fame nel mondo

FAME NEL MONDO

 

Prefazione

Il 1979 fu proclamato dalle Nazioni Unite Anno Internazionale del Fanciullo. Nel gennaio dello stesso anno l’UNICEF, l’agenzia specializzata dell’ONU che appunto si occupa dei problemi dell’infanzia, pubblicò un rapporto dal quale risultava che oltre 17 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni sarebbero morti nel corso di quello stesso anno di malattie e privazioni che avevano tutte la stessa origine di fondo: la fame e la malnutrizione, questo flagello che nell’era delle più sofisticate scoperte tecnologiche avrebbe continuato ad uccidere oltre 30 milioni di vite umane. Il rapporto UNICEF, per una volta, non finì nei cassetti dei burocrati internazionali, ma fu l’occasione per il lancio di una campagna senza precedenti.

Questo breve lavoro ne è una testimonianza.

1. L’azione dei radicali in Italia e in Europa

1979
Nel febbraio del 1979, Marco Pannella denuncia per la prima volta in Italia a livello politico il dramma dello sterminio per fame nel mondo e accusa i governi dei paesi “ricchi” di rendersi di fatto complici del nuovo olocausto, essendo la malnutrizione nel mondo più il frutto di un vero e proprio “disordine economico internazionale” che di una penuria di alimenti. Al contrario, egli dimostra facilmente che mentre nel 1945 l’Africa era esportatrice netta di prodotti cerealicoli alimentari, adesso è costretta ad importarli, ed in misura sempre crescente, per effetto delle monocolture di prodotti tropicali da esportazione che la divisione internazionale del lavoro ha imposto ai paesi ex coloniali. Così, mentre si assiste ogni anno al rinnovo del contratto di vendita di grano americano all’Unione Sovietica, nonostante i propositi di “guerra economica” più volte minacciati dall’Amministrazione Carter, ed ora Reagan, nei confronti del blocco dell’Est, nei paesi del Terzo Mondo si muore proprio per la mancanza di quelle due dozzine di milioni di tonnellate di cereali che ove fossero equamente ripartite fra la popolazione, specie rurale, o fosse possibile produrre in loco, e ove fossero integrate da un minimo di infrastrutture igienico-sanitarie, consentirebbero di ridurre grandemente il problema della fame. E questo per non parlare naturalmente del problema della corsa agli armamenti che vede destinare nel mondo oltre 750 miliardi di dollari alla produzione o all’acquisto di armi, allorché solo 32 miliardi di dollari sono destinati, in tutto e per tutto, all’aiuto pubblico allo sviluppo.

Marco Pannella e tutto il partito radicale ne chiedono conto in primo luogo, ovviamente, al Governo italiano. Domandano, in particolare, l’immediato rispetto degli obblighi internazionali contratti dall’Italia in tema di aiuto pubblico allo sviluppo. Ciò significa esigere subito l’attuazione della Risoluzione 2626 approvata in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 24 ottobre 1970, che vincola i Governi dei paesi industrializzati a versare almeno lo 0,70% del Prodotto Nazionale Lordo, come aiuto pubblico allo sviluppo.

Nel ’79 l’Italia forniva solo 200 milioni di dollari, pari ad appena lo 0,08% del Prodotto Nazionale Lordo. Di fronte a questa situazione, Pannella inizia uno sciopero della fame chiedendo al Governo di allocare immediatamente 5.000 miliardi come aiuto pubblico allo sviluppo, pari all’1,40% del Prodotto Nazionale Lordo, di cui 2.500 miliardi come versamento ordinario per rispettare l’obbligo assunto in base alla Risoluzione 2626 e 2.500 miliardi come contributo “una tantum” per tutti gli stanziamenti evasi negli anni precedenti. Si costituisce un Comitato per la Vita, per la Pace e per il Disarmo che raduna uomini politici di cultura e di scienza, autorità religiose e semplici cittadini in nome dell’impegno contro lo sterminio per fame.

A Pasqua, il Comitato e il Partito Radicale organizzano la prima Marcia contro lo sterminio da Porta Pia al Vaticano, a testimoniare l’importanza che un movimento laico attribuiva ad una netta parola del Papa contro lo sterminio e a sottolineare che solo da una mobilitazione delle coscienze si poteva sperare di invertire la tendenza in corso. I partecipanti alla manifestazione (oltre 10 mila) con alla testa Umberto Terracini, Aurelio Peccei, Susanna Agnelli, Giorgio Benvenuto, oltre agli esponenti radicali, vengono ricevuti davanti al Quirinale dal presidente Pertini che ripete in quell’occasione il suo appello a “svuotare gli arsenali e riempire i granai”, mentre nel suo discorso “urbi et orbi” il Papa afferma che non vi sarà pace nel mondo fino a che non sarà assicurata a tutti gli uomini “una vita degna dei figli di Dio”.

Pannella sospende dopo quaranta giorni il suo digiuno, poiché nel frattempo erano state indette nuove elezioni, e raccogliendo altresì un invito del Presidente della Repubblica, del presidente del Consiglio Andreotti e dei Presidenti dei due rami del Parlamento.

Ad agosto, subito dopo le elezioni che vedono una consistente affermazione radicale (dall’1,2 al 3,4% con 20 eletti nei due rami del Parlamento italiano e tre deputati al Parlamento Europeo) i neo eletti si fanno promotori di una richiesta di convocazione straordinaria del Parlamento. Il quorum viene raggiunto per la seconda volta nella storia della Repubblica e le Camere sono riunite nella seconda metà di settembre. Il 17 il Senato ed il 20 la Camera approvano una Mozione che impegna il Governo a raggiungere in tempi brevi l’obiettivo di versare lo 0,33% del Prodotto Nazionale Lordo in aiuto pubblico allo sviluppo, così da raggiungere la media dei donativi internazionali (media DAC) invitando il Governo al adoperarsi “in tempi coerenti” per il raggiungimento dello 0,70%.

Nel frattempo i radicali intensificano i contatti con gli organismi internazionali. La loro tesi è semplice e forte: da trent’anni la FAO, l’UNICEF, il PNUD e tutte le altre agenzie del sistema ONU che si occupano di sviluppo hanno investito capitali, uomini e mezzi in questo settore: il risultato è un deterioramento delle condizioni di vita delle classi povere e rurali dei paesi del Terzo Mondo, mentre tuttalpiù si è assistito al consolidarsi di una nuova classe dirigente indigena urbana che ha sostituito, senza nulla modificare, i rapporti di forza instaurati dall’antica dirigenza coloniale. Ad agosto ’79 Maria Antonietta Macciocchi, Marco Pannella, Emma Bonino e Aldo Ajello sono invitati alla riunione annuale del Consiglio Mondiale della Alimentazione e per la prima volta in un’assise internazionale espongono la concezione radicale sullo sterminio come problema eminentemente di volontà politica e non di rimedi tecnico-operativi, livello al quale da tempo si cerca di confinarlo. Basterebbe rimuovere gli ostacoli politici che si oppongono ad un massiccio intervento in questo settore, affermano i deputati radicali, e il problema sarebbe se non risolto quanto meno per la prima volta abbordato con speranze di successo. Nella stessa occasione il Governo annuncia il raddoppio dell’aiuto italiano allo sviluppo, che passerebbe quindi dallo 0,08% allo 0,16% del Prodotto Nazionale Lordo.

A settembre i radicali ed altri deputati depositano al Parlamento Europeo una Risoluzione sul dramma della fame nel mondo, esigendo una discussione immediata. Marco Pannella inizia un nuovo digiuno volto ad ottenere al più presto questo dibattito (che si svolge finalmente nelle sessioni di ottobre e poi di novembre). Il Parlamento Europeo approva, con l’astensione dei radicali, un documento nel quale chiede ai governi dei 9 di raggiungere subito lo 0,70% del PNL in aiuto pubblico allo sviluppo e istituisce un gruppo di lavoro incaricato di elaborare una relazione dettagliata sul problema della fame in rapporto alla politica comunitaria di aiuto allo sviluppo.

Per la prima volta l’argomento “fame” in quanto tale entra a far parte dei dibattiti comunitari che fino ad allora se ne erano occupati solo sotto la mera angolazione di cooperazione allo sviluppo.

Marco Pannella entra a far parte del gruppo di lavoro.

Sempre a Strasburgo, su iniziativa dei deputati radicali, viene costituito da intellettuali e personalità scientifiche francesi, fra le quali Jacques Attali, consigliere di François Mitterrand, Bernard Levy e il premio Nobel per la fisica Alfred Kastler, l'”Action International Contre la Faim”, associazione non governativa che per prima lavorerà nel settore del volontariato con l’impronta suggerita dai radicali, e cioè sensibilizzazione dell’opinione pubblica più che carità a buon mercato.

Nello stesso mese si tiene a Roma il Congresso del Partito che dà mandato agli organi statutari di impegnarsi affinché sia indetta una settimana di lutto nazionale come doveroso omaggio ai morti per fame e malnutrizione che hanno trasformato in anno di Erode il conclamato Anno del Fanciullo dell’ONU.

Il 28 dicembre ’79 in una conferenza stampa si mettono a fuoco gli assi portanti della politica e delle rivendicazioni radicali: 0,70% del PNL subito più un altro 0,70 come contributo straordinario, convocazione immediata del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il solo organo internazionale con poteri vincolanti sugli Stati membri, affinché obblighi i paesi industrializzati al rispetto della Risoluzione 2626 e decida l’invio di veri e propri caschi blu della fame, forze multinazionali disarmate con il compito di interventi di urgenza nelle zone più colpite dal dramma della fame e della malnutrizione. Si proclama nella stessa occasione il dovere di ingerenza laddove le classi dirigenti locali sono complici, se non sole responsabili dell’olocausto.

1980
Dal 1 gennaio 1980 Marco Pannella inizia un’azione di denutrizione, seguito ben presto da altri deputati e militanti radicali, impegnandosi ad ingerire al giorno non più di mille calorie, la media nutritiva “normale” nei paesi in via di sviluppo. Dal 3 all’8 gennaio, di fronte ad una Camera dei Deputati quasi deserta, si svolge il dibattito sulla fame chiesto dalla mozione di settembre. Le mozioni radicali vengono respinte, e viene approvato un documento che non aggiunge nulla di nuovo al dibattito già in corso, né agli esigui stanziamenti di bilancio.

Al Parlamento Europeo i radicali chiedono ed ottengono che si organizzino due “hearings” pubbliche sui problemi dello sterminio per fame invitando i principali esperti europei ed internazionali. Le audizioni pubbliche si tengono a febbraio e ad aprile e vedono la presenza, fra gli altri, di Saouma, direttore generale della FAO, di Tanco, presidente del Consiglio Mondiale dell’Alimentazione e del direttore del PAM.

Bonino e Macciocchi partecipano a febbraio ad una marcia internazionale in Cambogia per denunciare al mondo le spaventose condizioni di vita di quel popolo. Al loro ritorno depositano una Risoluzione, che riescono a far adottare dal Parlamento Europeo, con la quale domandano alla Comunità uno stanziamento d’urgenza in favore dei profughi cambogiani.

A marzo ’80, si svolge un Congresso straordinario del Partito Radicale: nella Mozione conclusiva il Partito Radicale si impegna a “conferire all’imperativo cristiano e umanistico del “non uccidere” valore di legge storicamente assoluta, senza eccezioni, nemmeno quella della legittima difesa”, deliberando quindi che “d’ora in poi, fino alla sconfitta della politica di sterminio per fame e per guerra, l’emblema del Partito venga corretto in modo da risultare abbrunato in segno di lutto”.

Sempre a marzo “Il Messaggero” ospita una lettera aperta di Pannella. “La strage continua”…quest’anno il mondo sottosviluppato sarà una Buchenwald,…basterebbe quel che si spende per cinque sottomarini atomici perché nessuno muoia più di fame e malnutrizione” sono alcuni dei passaggi della lettera che apre su quel giornale un grosso dibattito e lancia di fatto la seconda marcia di Pasqua che vede oltre 40.000 persone manifestare fra Porta Pia e il Vaticano su invito del Partito Radicale. Tra di loro, i rappresentanti dei partiti e movimenti ecologisti e radicali europei che proprio a Roma, alla vigilia della manifestazione, si erano riuniti per far convergere la loro lotta politica sul punto specifico dello sterminio per fame.

Pasqua vede la conclusione della denutrizione di Pannella e di altre centinaia di militanti radicali che nell’ultima settimana avevano osservato un digiuno totale, il primo “satyagraha” collettivo dell’occidente.

Sempre in aprile, durante la crisi di Governo, in un incontro fra delegazioni del Partito Radicale e della Democrazia Cristiana, i radicali dichiarano la propria disponibilità a non negare la fiducia al Governo se si avrà l’impegno a “stanziare con la garanzia dell’immediatezza della spesa 5.000 mila miliardi di lire per salvare 3 o 4 milioni di vite umane”. Dopo deludenti dichiarazioni democristiane, i radicali motivano il proprio no al nuovo Governo.

A maggio ’80, Marco Pannella consegna a Bruno Ferrero (PCI), relatore-coordinatore del gruppo di lavoro sulla fame nel mondo al Parlamento Europeo, l’essenziale delle proposte radicali. Anche qui l’idea di base è molto semplice: l’insieme delle proposte e dei progetti esistenti, il rapporto della Commissione Carter, il rapporto Brandt, le relazioni della FAO e del Consiglio Mondiale dell’Alimentazione, le stesse proposte del gruppo dei 77 (cioè l’insieme dei paesi del Terzo Mondo non allineati) concordano in una serie di misure a breve e medio termine che, se applicate, permetterebbero quanto meno un’inversione di tendenza. Il rapporto Pannella ne fa una sintesi e le propone per l’immediata operatività alla Comunità ed ai governi dei nove. Quella che viene individuata come causa primaria della situazione esistente è l’inerzia dei Governi e la mancanza di una adeguata volontà politica a fronteggiare il problema della fame e del sottosviluppo. Pannella propone quindi di affiancare all’approccio tecnico al problema una analisi e una serie di misure politiche che sole possono risolvere l’impasse. In dettaglio Pannella ripropone il tema dello 0,70% del PNL come obbligo giuridico per i paesi industrializzati, invita la Comunità a promuovere la convocazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, indica il diritto alla libertà della fame come diritto dell’uomo, invitando i Governi CEE al rispetto di tale diritto, riconosciuto dai Patti internazionali sui diritti economici, sociali e culturali adottato in seno alle Nazioni Unite il 16 dicembre 1966, ed a scegliere il metodo delle “food strategies” paese per paese come unico approccio possibile, invece della vecchia imposizione globale ripartita per settore di intervento.

Al relatore Ferrero, Pannella suggerisce di chiedere alla Commissione ed al Consiglio della CEE due o tre cose concrete, rimandando poi all’applicazione dei programmi già esistenti, invece di esaurirsi nell’ennesimo lavorio di proposte autonome minimali che non avrebbero aggiunto alcunché al problema.

La relazione finale sarà invece molto diversa: invece di pochi punti fermi, decine di indicazioni imprecise e senza scadenze, tipiche della peggior letteratura internazionale sull’argomento. E’ lo scontro: i radicali presentano oltre cento emendamenti che, sulla falsariga del rapporto Ferrero, propongono un approccio completamente diverso. Pannella attacca duramente la politica stessa della Commissione, incapace di orientare le sue priorità in materia di sviluppo sull’autosufficienza alimentare dei paesi più sfavoriti. I radicali, da soli, si pronunciano contro il rapporto, una volta bocciati gli emendamenti, e ammoniscono che con quel tipo di impostazione niente sarà ottenuto.

A novembre ’80, proposte analoghe – questa volta in sede di discussione di bilancio CEE – sono presentate dai radicali al Parlamento Europeo, ma vengono respinte; a Roma, il Congresso del Partito inserisce la prima parte della mozione votata a marzo come preambolo allo Statuto del Partito.

1981
A febbraio ’81, Pannella rilancia l’iniziativa sulla fame recandosi in Sierra Leone e denunciando, nel corso di una riunione fra parlamentari europei e rappresentanti dei 60 paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico associati alla Comunità tramite la Convenzione di Lomé, il fallimento della Strategia per il Terzo decennio per lo Sviluppo, bloccata alle Nazioni Unite dalla nuova Amministrazione americana, da Gran Bretagna e Germania, e soprattutto dell’avvio dei Negoziati Globali Nord-Sud. Per tutta risposta a Pannella viene negata la parola nel corso delle riunione stessa. E’ il momento di massima frattura fra la “maggioranza” parlamentare e i radicali.

A Marzo viene approvata in Italia la legge finanziaria: la cooperazione con i paesi in via di sviluppo, dai 44 miliardi dell’anno precedente, passa a 1.000 miliardi nell’81, 1.500 miliardi nell’82 e a 2.000 miliardi nell’83, arrivando così ad eguagliare la media DAC dello 0,33% del Prodotto Nazionale Lordo. E’ la prima grossa conclusione concreta dell’azione radicale in Parlamento.

Ad aprile dopo una serie di incontri e contatti fra i radicali Marco Pannella, Emma Bonino, Jean Fabre e Giovanni Negri da un lato e militanti terzomondisti e nonviolenti, fra i quali i Premi Nobel Lord Philip Noel Baker, Sean Mac Bride, Adolfo Perez Esquivel e Mairead Corrigan dall’altro, viene costituita a Bruxelles l’Associazione Food and Disarmament International, al fine di coordinare a livello internazionale le iniziative a questo punto giudicate indispensabili per la mobilitazione dell’opinione pubblica. Viene deciso nella stessa occasione di sottoporre all’attenzione dei Premi Nobel viventi il testo di un Manifesto-Appello contro lo sterminio per fame e per lo sviluppo che sarà, di fatto, redatto da Marco Pannella.

A maggio si moltiplicano i contatti con le organizzazioni internazionali in vista del lancio della nuova campagna contro lo sterminio. I radicali incontrano successivamente i massimi responsabili del PNUD, dell’UNICEF, dell’Alto Commissariato per i Rifugiati, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Giovanni Negri partecipa ai lavori del Consiglio Mondiale dell’Alimentazione, dove viene disegnato un quadro pessimistico della situazione alimentare mondiale a causa dell’inversione di tendenza dei principali paesi industrializzati in materia di aiuto allo sviluppo.

A giugno il 25° Congresso del partito Radicale, convocato all’indomani dei referendum, fa propria quella che sinora era stata la battaglia di singoli militanti e assume quindi come sua priorità la lotta allo sterminio per fame nel mondo.

Il 24 e 25 giugno 1981 viene reso pubblico il Manifesto dei Premi Nobel, simultaneamente, a Roma, Ginevra, Parigi, Bruxelles e New York. Sul testo, grazie al lavoro di Food and Disarmament International e dei militanti radicali si sono riconosciuti 53 Premi Nobel; altri 28 aderiranno al manifesto successivamente. Autorità spirituali e religiose, Capi di Stato e di Governo, politici, uomini di cultura e di scienza salutano in pubblici messaggi il Manifesto. Negli stessi giorni viene resa pubblica una dichiarazione dei radicali promotori dell’iniziativa nella quale da un lato si conferma il carattere eminentemente politico del Manifesto stesso, dall’altra si assicura che nulla sarà lasciato intentato per dare piena attuazione al Manifesto dei Nobel, anche ricorrendo alle azioni nonviolente “gandhiane” previste dal Manifesto stesso.

E’ implicitamente, l’annuncio dello sciopero della fame che Marco Pannella intraprenderà poi a settembre.

Il Manifesto contiene una verità semplice e per ciò stesso rivoluzionante: esso afferma che è possibile, persino facile, impedire l’olocausto in corso nel Terzo e Quarto Mondo, è possibile salvare i milioni e milioni di vite umane oggi all’agonia. E’ necessario a tal fine mobilitare la volontà politica adeguata a scegliere fra i piani e progetti esistenti quelli che si adattano al caso concreto, poiché, affermano i Nobel, non sono certo gli studi tecnici che fanno difetto, ma la loro concreta operatività. Per ciò, tutti sono chiamati ad agire, ciascuno al suo diverso livello di responsabilità: governanti, parlamentari, giornalisti. I semplici cittadini possono e devono mobilitarsi, usando gli strumenti della democrazia e della nonviolenza, al fine di informare l’opinione pubblica della fattibilità del Progetto dei Nobel e influenzare così le decisioni dei Governi.

A luglio i parlamentari di diversi paesi europei (e sono 18 in tutto il mondo) si investono del Manifesto dei Nobel, adottando in alcuni casi dei documenti conseguenti; in Belgio il Senato vota all’unanimità una Risoluzione che impegna il Governo a fare del Manifesto dei Nobel l’asse centrale della sua politica di cooperazione allo sviluppo invitandolo in conseguenza ad elaborare un piano di urgenza per salvare dallo sterminio una popolazione determinata. L’adozione del testo era stata sollecitata, e di fatto provocata, da uno sciopero della fame di Nicola Cantisani, militante radicale non vedente.

Nello stesso mese i radicali depositano al Parlamento Europeo una Risoluzione che, prendendo atto del Manifesto dei Nobel, chiede alla Comunità di stanziare, mediante un bilancio straordinario, 5 miliardi di dollari per salvare entro 12 mesi 5 milioni di vite umane minacciate dallo sterminio, nonché di investire il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del problema della fame: è la più lucida applicazione del Manifesto ad un testo parlamentare. Avrà tre mesi di tempo per raccogliere le adesioni dei deputati europei: se la metà più uno la firmeranno, diventerà documento ufficiale del Parlamento Europeo.

Il 27 luglio alla Camera dei Lords a Londra viene presentato ufficialmente il Manifesto dei Nobel; il 30 la Camera dei Deputati italiana adotta una Mozione che impegna il Governo a reperire ulteriori 3000 miliardi di lire per la lotta alla fame nel mondo.

Alla fine di agosto una delegazione radicale è a Parigi per seguire i lavori della Conferenza promossa dalle Nazioni Unite sui 34 paesi meno sviluppati, quelli dove è più grave il dramma della fame. Simbolicamente, è dunque in questa sede che il 2 settembre Marco Pannella inizia uno sciopero della fame. Obiettivo: assicurare la sopravvivenza di almeno 3 milioni di vite umane minacciate dallo sterminio. Immediatamente si costituiscono a Parigi, e poco a poco in tutta la Francia, dei “Comitati di sostegno a Marco Pannella e ai Premi Nobel” che diffonderanno l’iniziativa del leader radicale e i contenuti del Manifesto. Il 12 dicembre l’iniziativa di Pannella viene salutata ufficialmente da Jean Pierre Cot, ministro della Cooperazione francese, Presidente della Conferenza di Parigi.

Il 29 settembre 1981 il Parlamento Europeo, lo stesso che un anno prima aveva accusato di demagogia i radicali votando poi un testo così minimalista che non era stato praticamente nemmeno preso in considerazione dalla Commissione e dal Consiglio CEE, approva con una maggioranza senza precedenti la Risoluzione depositata a luglio da Pannella. I radicali e Food and Disarmament organizzano allora un Colloquio pubblico che riunisce il 14 ottobre a Strasburgo le più alte autorità del sistema delle Nazioni Unite, premi Nobel, deputati europei e rappresentanti dei paesi del Terzo Mondo, al fine di esaminare l’operatività della Risoluzione approvata dal Parlamento Europeo. Nella stessa occasione giungono messaggi a Pannella del Presidente Mitterrand, del Presidente del Malì e di altri paesi del Sahel, di ministri e uomini politici di tutta Europa, di più di 200 vescovi ed altre autorità religiose. Tutti si felicitano per l’adozione del documento, definito “storico” da Claude Cheysson, ministro degli esteri francese, e pregano Pannella di sospendere la sua azione nonviolenta. La stampa fa eco all’avvenimento in modo spettacolare, l’Osservatore Romano pubblica la Risoluzione in prima pagina.

Il 16 ottobre Marco Pannella è alla FAO per presenziare alla Giornata Mondiale dell’Alimentazione, mentre una delegazione di premi Nobel è ricevuta al Quirinale.

Il 17 una marcia per la sopravvivenza si snoda per le vie di Roma fino alla FAO: ad essa partecipano oltre 30mila persone rispondendo all’appello di Radio Radicale.

Il 21 Marco Pannella ed Emma Bonino si recano a Cancun, in Messico, per consegnare ufficialmente ai Capi di Stato, presenti in quella località per il primo vertice Nord-Sud, una copia della Risoluzione del Parlamento Europeo.

Non vengono però ricevuti dai partecipanti al vertice che fallisce clamorosamente per i troppi interessi divergenti e la scarsissima voglia di trovare un accordo.

All’inizio di novembre il Congresso del Partito Radicale adotta una mozione finale che impegna ogni iscritto a condurre la lotta per strappare almeno 3 milioni di vite umane dallo sterminio.

L’obiettivo dello sciopero della fame di Pannella diventa così il simbolo dell’azione di tutto il Partito.

L’11 novembre il Parlamento lussemburghese adotta una Risoluzione identica a quella approvata dal Senato belga; il 19 novembre Willy Brandt ed altri 150 deputati europei sottoscrivono un Appello redatto dai deputati radicali e rivolto al Consiglio dei Capi di Stato e di Governo della Comunità Europea, affinché sia presa in esame, subito, la Risoluzione del Parlamento Europeo e più in generale il tema della fame.

In seguito a questa adesione quasi unanime all’obiettivo della campagna da parte delle forze politiche europee Pannella decide, il 18 novembre, di sospendere il suo sciopero.

Su iniziativa radicale, oltre 180 deputati alla Camera depositano una mozione impegnando il Governo a elaborare un piano per salvare almeno 3 milioni di vite umane; il Governo, contro la sua stessa maggioranza parlamentare, è costretto a porre la questione di fiducia.

Al Parlamento Europeo, la consueta richiesta dei radicali di maggiori crediti da destinare alla lotta alla fame in sede di bilancio ordinario viene per la prima volta appoggiata da larghi settori dell’emiciclo, con comunisti e socialisti in testa. Non meno massicce sono le adesioni dei gollisti francesi e dei liberali.

Alla fine di dicembre ’81, Food and Disarmament e il Comitato Vita, Pace e Disarmo annunciano a Milano il lancio di una campagna di mobilitazione degli eletti e amministratori locali mediante una petizione popolare da indirizzare al Presidente della Repubblica e al Parlamento Europeo. In Italia l’iniziativa prende la forma di una proposta di legge di iniziativa popolare, per la quale occorrono almeno 50mila firme.

1982
A Gennaio ’82 il Partito Radicale belga organizza una manifestazione davanti alle istituzioni comunitarie. I responsabili sono ricevuti dal Presidente Thorn e dal Commissario Pisani e ottengono assicurazione che la Risoluzione del Parlamento Europeo sarà esaminata e discussa. A Roma oltre 5mila persone partecipano ad una fiaccolata che questa volta prende le mosse da San Pietro per concludersi al Quirinale. La simbologia è chiara: la Chiesa, con i suoi appelli e le sue adesioni, si è mossa; ora tocca allo Stato.

A Bruxelles su iniziativa di Food and Disarmament i premi Nobel annunciano il 3/4 marzo il lancio dell’Operazione Sopravvivenza ’82 durante un colloquio pubblico che vede radunati deputati di tutta Europa ed esperti di organizzazioni non governative. Tutti decidono di partecipare alla marcia di Pasqua che ormai da tre anni marca l’impegno radicale contro lo sterminio per fame. Il padre domenicano Jean Cardonel inizia un digiuno di 40 giorni.

Alla fine di marzo i deputati del Gruppo Radicale alla Camera cercano in tutti i modi consentiti dal regolamento di accrescere il volume di aiuto destinato dal bilancio dello Stato alla cooperazione con i paesi in via di sviluppo, affinché l’Italia rispetti i suoi impegni internazionali e la Risoluzione del Parlamento Europeo. Nonostante una battaglia parlamentare durata giorno e notte, il Governo rigetta le proposte radicali, confermando però gli stanziamenti già decisi e il reperimento dei tremila miliardi richiesti dal Parlamento.

Tra febbraio e marzo, due altre Risoluzioni sono depositate al Parlamento Europeo su iniziativa radicale da uno schieramento di deputati appartenenti a tutti i gruppi politici: entrambe chiedono l’applicazione immediata della Risoluzione approvata a settembre.

L’11 aprile 1982 si svolge a Roma la Marcia di Pasqua. Cinquantamila persone con alla testa i Premi Nobel Lord Philip Noel Baker, Betty Williams, Hannes Alfven, deputati europei e nazionali, i Gonfaloni di numerosissime città italiane ed europee, domandano all’opinione pubblica e ai Governi l’avvio dell'”operazione sopravvivenza” destinata a salvare almeno 5 milioni di persone dalla morte per fame e sottosviluppo.

Il Papa, nel suo discorso, ricorda il dramma della fame e la possibilità di risolverlo mediante la riduzione delle spese militari.

Alla fine di aprile, militanti radicali sono arrestati nelle capitali dei paesi dell’Est mentre tentano di distribuire un volantino denunciando la totale assenza dei paesi industrializzati dal blocco sovietico della cooperazione, che non sia militare, con i paesi poveri. Il Parlamento Europeo adotta una Risoluzione di condanna degli arresti, invitando nella stessa occasione la Commissione CEE al rispetto della Risoluzione del Parlamento Europeo.

A seguito di uno sciopero della fame intrapreso da due senatori ecologisti, il 28 aprile il Senato belga adotta un’altra Risoluzione che impegna il Governo ad adoperarsi a livello internazionale per assicurare la sopravvivenza di 5 milioni di persone.

Mentre prosegue la raccolta delle firme dei sindaci e dei cittadini sulle proposte di legge e la petizione contro lo sterminio, Gianfranco Spadaccia inizia il 12 maggio (e pochi giorni dopo lo seguono Athos De Luca e Valter Vecellio) uno sciopero della fame che terminerà solo il 9 luglio. Anche Giovanni Negri intraprende un’azione nonviolenta analoga, per protestare contro la censura dei mezzi di informazione radiotelevisivi di Stato, e per l’applicazione di una Risoluzione della Commissione di Vigilanza RAI-TV che prevedeva una serie di trasmissioni, mai effettuate, sul problema della fame.

A fine maggio oltre 1300 sindaci hanno aderito al testo loro sottoposto dalle organizzazioni radicali. Essi si riuniscono a Milano il 17 e 18 maggio per decidere l’organizzazione della loro campagna. Il 3 giugno sono ricevuti dal Presidente Pertini e gli rimettono la petizione sottoscritta da oltre 50 mila cittadini, tra cui numerose autorità religiose.

Il 5 giugno una grande marcia ha luogo a Bruxelles all’appello del Partito Radicale, di Food and Disarmament e di oltre 60 Borgomastri firmatari delle petizioni.

Il 14 giugno i capi di tutte le confessioni religiose presenti in Francia, dal Primate cattolico al Gran Rabbino, dal vescovo della Chiesa Ortodossa all’Imam della Moschea di Parigi, rendono pubblico un Appello loro sottoposto da Food and Disarmament, implorando che tutto sia fatto affinchè piena attuazione sia data alla Risoluzione del Parlamento Europeo.

Il 15 giugno viene organizzato un Colloquio internazionale che vede di nuovo riuniti a Strasburgo Nobel, responsabili del sistema ONU, deputati, e una delegazione di sindaci firmatari della petizione. Nel frattempo oltre 500 militanti radicali provenienti dall’Italia, dalla Francia e dal Belgio giungono a Strasburgo per testimoniare il loro impegno in vista dell’importante scadenza internazionale.

La Risoluzione del Parlamento Europeo continua infatti a non essere applicata dalle autorità comunitarie. Il 24 giugno la Commissione Affari Esteri della Camera inizia l’esame della proposta di legge “dei Sindaci”.

In luglio, al fine di ottenere un iter spedito, Marco Pannella intraprende a tre riprese uno sciopero della sete, mentre decine e decine di militanti radicali appoggiano l’iniziativa con uno sciopero della fame. Contemporaneamente Pannella dà vita ad un filo diretto dai microfoni di Teleroma 56 e Radio Radicale praticamente continuato.

In Parlamento, intanto, i deputati radicali pubblicano il bollettino “Sopravvivenza ’82” intorno al quale si raccolgono consensi e adesioni fra le forze politiche della stessa maggioranza. Dieci ministri e oltre cento deputati si dichiarano in sintonia con il testo della legge dei sindaci che prevedeva lo stanziamento straordinario di tremila miliardi e la creazione di un Alto Commissario. Ma è proprio su questi due punti che deve incentrarsi il dibattito politico, travalicando i confini di schieramento. Pietro Longo, ad esempio, a nome del suo partito, aderisce al progetto politico radicale, mentre si delinea nella posizione del PSI l’ostacolo maggiore.

Oltre 160 Vescovi, nel frattempo, fanno convergere la loro adesione all’iniziativa, che coinvolge oramai larghissimi settori dell’opinione pubblica, così come testimoniano le migliaia di telefonate giunte a Radio Radicale e a Teleroma 56 da tutta Italia.

Alla fine del mese di luglio, dopo che la pubblicazione di un articolo di Claudio Martelli su “L’Avanti” fa credere in una modifica dell’intransigenza socialista, il Presidente della Commissione Esteri Andreotti annuncia la sua disponibilità per un’intesa con i socialisti su un eventuale testo di mediazione che non avrebbe intaccato, nella sostanza, la proposta di legge dei sindaci, ed il varo rapido della legge. Giunge però improvvisa, a questo punto, la censura e il veto della direzione socialista e, in definitiva, di Bettino Craxi.

Tutto ciò mentre ai membri della Commissione Esteri vengono recapitate quotidianamente centinaia di lettere di cittadini che chiedono un voto secondo coscienza, nella comune speranza di assicurare vivi allo sviluppo. Il veto socialista, però, fa sì che in luogo della legge dei sindaci venga raggiunta una bozza d’intesa che, pur focalizzando nell’esigenza primaria di soddisfare a bisogni fondamentali delle popolazioni interessate l’aiuto italiano allo sviluppo, non quantifica in tremila miliardi la somma aggiuntiva necessaria per salvare almeno tre milioni di vite umane e non prevede la creazione di un Alto Commissario, limitandosi ad auspicare che l’insieme degli aiuti siano coordinati da un unico ministero, in questo caso dal Dipartimento della Cooperazione presso gli Affari Esteri.

All’inizio di agosto, di nuovo, i Sindaci, intellettuali e autorità religiose italiane prendono l’iniziativa di indirizzare un Appello ai parlamentari per sollecitarli ad una rapida approvazione di una legge adeguata all’obiettivo di salvare almeno 3 milioni di vite umane. In poche settimane – grazie all’apporto organizzativo e finanziario determinante del Partito Radicale – questo appello ha trovato adesioni di grande rilevanza e la campagna di raccolta delle sottoscrizioni è tuttora in pieno svolgimento.

2. I primi risultati concreti

La politica radicale si è mossa in questi anni su due piani distinti e paralleli: la rivendicazione di un intervento immediato per scongiurare l’olocausto in corso gettando nello stesso tempo le premesse per un reale processo di sviluppo, e la sensibilizzazione e il progressivo coinvolgimento dell’opinione pubblica e delle forze politiche, sociali, religiose e culturali per fare assumere al problema della fame e del sottosviluppo il ruolo che gli è proprio nel nostro decennio: quello di chiave di volta dell’intero sistema economico internazionale e, in definitiva, della nostra vita di tutti i giorni.

Il primo obiettivo, di immediata operatività, è stato solo in parte raggiunto: quest’anno non vi saranno tre milioni di vivi strappati allo sterminio per fame e malnutrizione. Vi sono, per contro, delle misure finanziarie concrete che non sarebbero mai state assunte senza la ostinata pressione del Partito Radicale e di tutti coloro che hanno aderito o sono stati coinvolti nella battaglia.

Da questo punto di vista il bilancio di questi primi tre anni testimonia di tutta una serie di decisioni e provvedimenti, italiani e a livello europeo, che pur non accogliendo che in parte le tesi e proposte radicali, incardinano però a vario livello il problema della lotta alla fame, e dunque la sua priorità nel rapporto ed altre forme di cooperazione allo sviluppo, nel dibattito politico, negli stanziamenti di bilancio, nelle scelte operative.

E’ in questa ottica che occorre valutare la campagna contro lo sterminio, paragonando la situazione esistente nel 1979 a quella attuale e considerando l’esiguità di mezzi e le condizioni politiche stesse nelle quali si è mosso in questi anni il Partito Radicale.

La fame, da conseguenza quasi inevitabile del sottosviluppo che, secondo le tesi strutturaliste, un’industrializzazione accelerata dei paesi del Terzo Mondo avrebbe fatto mano a mano scomparire, diventa, per l’approccio radicale, la causa stessa del sottosviluppo e la sua eliminazione condizione primaria per uno sviluppo in nome del quale “non si sacrifichino più gli uomini e la società di oggi” – così come affermano i Nobel – “in nome di un progetto di Uomo e di Società”. La fame, quasi ignorata dai documenti ufficiali delle Organizzazioni Internazionali come problema in sé, si affaccia sempre più nel linguaggio degli “addetti ai lavori” e dell’opinione pubblica. Su questo tema si organizzano convegni, seminari di informazione. Il Presidente del Consiglio Spadolini, nel corso del vertice dei paesi industrializzati ad Ottawa, assume l’impegno, a nome del Governo italiano, di coordinare le politiche dei paesi occidentali in tema di lotta alla fame e alla malnutrizione. Un “incontro” internazionale viene organizzato dalla Farnesina con esperti nazionali e delle organizzazioni internazionali, ed un’altra riunione è ormai imminente.

Anche a livello del linguaggio l’approccio radicale, che si può riassumere nello slogan “assicurare subito vivi allo sviluppo” entra a far parte del vocabolario corrente. Il Ministro degli Esteri italiano annuncia che un piano nazionale in collaborazione con l’UNICEF “permetterà di salvare un milione di bambini in cinque anni”. Il Commissario della CEE Pisani scrive, in risposta ad una interrogazione di Pannella, che uno stanziamento comunitario in favore dei profughi nei paesi dell’Africa “permetterà di assicurare la sopravvivenza a 3.200.000 rifugiati” (…!).

Per quanto riguarda la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, essa è senza precedenti. Se le forze disparate che su questo tema si sono unite al di là degli schieramenti ideologici, religiosi, culturali, sociali continuano la loro azione, saranno in grado di armare la volontà politica necessaria per sconfiggere definitivamente il dramma della fame. A due riprese, in Italia, uno stanziamento straordinario di 3.000 miliardi per salvare, subito, entro dodici mesi, 3 milioni di vite umane è stato sul punto di essere approvato in Parlamento da una maggioranza formata da deputati di tutti i Gruppi politici pronti ad un voto di coscienza più che di schieramento, e solo l’intervento del Governo prima e della Direzione socialista poi ha fatto sfumare ciò che sembrava ormai acquisito.

a) Stanziamenti operativi

Nel 1979 il Governo italiano aveva stanziato per la cooperazione con i paesi in via di sviluppo soli 200 miliardi. Nessun accenno al problema specifico della fame. Nel bilancio 1982 sono iscritti per la stessa voce 1.500 miliardi e 2.000 miliardi nello stato di previsione 1983. In altre parole lo stanziamento in favore dei paesi in via di sviluppo è praticamente decuplicato in tre anni.

Inoltre un Ordine del Giorno parlamentare accolto dal Governo – ma non ancora applicato – lo impegna a destinare tali fondi prioritariamente al soddisfacimento dei bisogni fondamentali delle popolazioni interessate, e quindi alla lotta alla fame ed alla povertà; una nuova legge organica su questa materia è attualmente all’esame della Commissione Esteri della Camera.

In seno alla Comunità Europea, dal 1979 al 1982, lo stanziamento per la cooperazione allo sviluppo è aumentato del 60%, ma quello che è ancora più importante è che la gran parte delle proposte radicali (adozione immediata di strategie alimentari paese per paese, messa in funzione concreta della Riserva Alimentare Internazionale d’Urgenza, priorità ai piani di sviluppo rurali integrati, maggiore aiuto ai rifugiati, ampliamento immediato dell’organico CEE ecc.) sono ora entrati a far parte dei caposaldi della politica comunitaria dopo essere state all’inizio giudicate velleitarie ed utopiche proprio dagli stessi responsabili comunitari.

Allo stesso modo sono da ascriversi alla pressione radicale uno stanziamento straordinario che nel 1980 venne destinato ai profughi cambogiani su richiesta in primo luogo delle deputate al P.E. Bonino e Macciocchi, così come l’aumento, in termini percentuali, dell’aiuto belga ai paesi in via di sviluppo.

Il problema è ora ovviamente il modo effettivo di gestione di questi stanziamenti. Lentezze burocratiche, frazionamento dei fondi, incapacità di formulare o adottare nuove strategie, interessi di partito o di corrente impediscono a tutt’oggi di dare un giudizio positivo sull’azione e dell’Italia e della stessa Comunità Europea.

Allo stesso tempo però non si può ignorare che tali somme, in un momento in cui si assiste ad un ridimensionamento in gran parte delle spese pubbliche eccetto, per l’Italia, di quelle militari, rappresentano un importante anche se insufficiente punto di partenza dal quale far iniziare una concreta politica di lotta allo sterminio e di cooperazione allo sviluppo.

b) Campagna di informazione e sensibilizzazione

A livello di sensibilizzazione dell’opinione pubblica ovviamente i risultati sono maggiori, anche se al momento meno concreti.

Ottanta Premi Nobel, circa la metà fra i Laureati ancora viventi, hanno sottoscritto il Manifesto-Appello. Le più alte autorità internazionali, dal Segretario generale dell’ONU Waldheim, a Brad Morse, Vicesegretario delle Nazioni Unite e Amministratore del PNUD, a tutti i direttori e presidenti delle Agenzie specializzate, FAO, UNCTAD, Organizzazione Mondiale della Sanità, UNICEF, Consiglio Mondiale dell’Alimentazione, IFAD, Alto Commissario per i Rifugiati, Programma Alimentare Mondiale, Croce Rossa Internazionale hanno aderito all’iniziativa dei Nobel e salutato l’azione internazionale di Marco Pannella e del Partito Radicale. Molti hanno partecipato ai colloqui pubblici organizzati da Food and Disarmament o inviato rappresentanti.

Capi di Stato e di Governo, dal Presidente Mitterrand al Presidente del Senegal, dal Presidente del Mali allo stesso Pertini, dal Primo Ministro Belga al Re Hassan del Marocco, statisti e uomini politici, da Pierre Mendès France a Willy Brandt, da Senghor a Michael Foot, decine e decine di parlamentari di tutti i paesi europei e del Nord America, dieci Ministri del Governo Spadolini e numerosi altri uomini di Governo dell’Europa dei Dieci hanno a vario titolo e livello inviato messaggi, espresso solidarietà, manifestato sintonia con la battaglia radicale e i suoi obiettivi. Diciotto Parlamenti di tutto il mondo si sono investiti del Manifesto dei Nobel o comunque del problema dello sterminio per fame su sollecitazione dei deputati radicali al Parlamento Europeo e di Food and Disarmament: molti hanno adottato mozioni e risoluzioni conseguenti.

Il Parlamento Europeo ha annunciato l’impegno dell’Europa di assicurare allo sviluppo 5 milioni di vite umane subito e ha ribadito questa posizione a più riprese, nonostante l’opposizione delle altre istituzioni comunitarie. Partiti politici ecologisti e radicali europei hanno inserito il tema della lotta allo sterminio nella loro piattaforma politica. Lo stesso ha fatto la Associazione delle Città Martiri – Città di Pace di recente costituzione internazionale. Milletrecento Sindaci ed Amministratori locali italiani, francesi e belgi hanno sottoscritto una proposta di legge contro lo sterminio e due posizioni popolari, costituendosi poi in Comitato dei Sindaci contro lo Sterminio e inviando proprie delegazioni dal Presidente Pertini e dal Presidente del Parlamento Europeo.

Centinaia e centinaia di autorità religiose cattoliche, delle Chiese protestanti, ortodosse, di confessione ebraica, mussulmane, Conferenze Episcopali, l’Unione Mondiale delle Chiese, hanno unito la loro preghiera e i loro voti auspicando l’arresto immediato dell’olocausto attraverso lettere, messaggi, Appelli ecumenici, interventi pubblici, adesione alle petizioni internazionali, distribuzione del Manifesto dei Nobel e della Risoluzione del Parlamento Europeo alle comunità dei fedeli. In numerose diocesi di tutto il mondo il Manifesto dei Nobel è stato letto e commentato nel corso di funzioni sacre; il Papa stesso, a più riprese, ha ricordato, come mai in passato, il flagello della fame e specialissima attenzione ha riservato l’Osservatore Romano alle iniziative di ispirazione radicale, dalle Risoluzioni parlamentari alla stessa Marcia di Pasqua.

Uomini di cultura, scienziati, artisti, letterati hanno presenziato al lancio del Manifesto, sottoscrivendone gli obiettivi o hanno partecipato a più riprese alle iniziative radicali. I calciatori di tutta Italia hanno osservato un minuto di silenzio nello scorso campionato in memoria dei milioni e milioni di sterminati per fame e malnutrizione.

In Francia e in Belgio si sono costituiti decine e decine di “Comitati di sostegno all’azione dei Nobel e di Marco Pannella” che hanno diffuso il Manifesto e le tesi radicali in tutto il territorio nazionale rispettivo. A Parigi l’Assemblea Nazionale francese è stata investita da un lancio di volantini in cui si chiedevano maggiori stanziamenti contro lo sterminio. Manifestazioni, digiuni collettivi, scioperi della fame e della sete, fiaccolate e cortei hanno marcato in questi anni le varie tappe dell’azione radicale. In tutti i grandi centri italiani, in tutta la Francia, a Bruxelles e in Germania, nei paesi del Patto di Varsavia, militanti radicali hanno dato vita a manifestazioni e volantinaggi di informazione.

Colloqui e incontri al massimo livello sono stati organizzati a Roma, Strasburgo, Firenze, Parigi, Milano e Bruxelles.

Decine di migliaia di cittadini hanno inviato adesioni e contributi alle radio radicali, al Partito, a Food and Disarmament, ai Comitati, sottoscrivendo le petizioni e le proposte di legge di iniziativa popolare. Consulte regionali, Comitati dei Sindaci, Associazioni contro lo sterminio si sono costituite o si vanno costituendo. I giornali nazionali e molti dei più importanti quotidiani esteri, nonostante la censura e il vero e proprio black-out imposto molto spesso alle iniziative radicali, hanno seguito e riferito l’insieme della campagna. A più riprese le prime pagine dei quotidiani, specie esteri, hanno fatto testo di iniziative connesse all’azione contro lo sterminio. Le televisioni di tutta Europa hanno diffuso immagini e notizie sulle varie fasi della battaglia in corso, e a più riprese dibattiti televisivi hanno messo a confronto con altre impostazioni le tesi radicali.

3. Le proposte radicali

Nel corso dei tre anni di campagna contro lo sterminio per fame, varie e di diversa natura sono state le proposte radicali.

All’inizio della battaglia sulla fame l’argomento che è stato messo a fuoco per primo è stato quello giuridico: di fronte ad una situazione internazionale che secondava di fatto il mantenimento di un regime di sottosviluppo e di miseria delle popolazioni, specialmente rurali, della maggior parte dei paesi del Terzo Mondo, sembrava evidente guardare innanzi tutto agli impegni assunti dalla Comunità internazionale in tema di aiuto allo sviluppo e di lotta alla fame e di chiedere conto del loro rispetto ai Governi interessati.

Un vecchio metodo di lotta radicale privilegia infatti il momento giuridico; non a caso la maggior parte delle azioni nonviolente radicali si incentrano proprio sulla richiesta del rispetto del Diritto e delle leggi esistenti, più che sulla domanda di nuove provvidenze.

Così, caposaldi della prima fase della battaglia radicale sono stati, come già messo in rilievo, le richieste del rispetto puntuale di obblighi giuridici liberamente assunti a livello internazionale e mai eseguiti o solo in parte attuati dagli Stati contraenti. Prima fra tutte quella che esige il rispetto della Risoluzione n. 2626 delle Nazioni Unite che vincola gli Stati aderenti a versare almeno lo 0,70% del Prodotto Nazionale Lordo in aiuto pubblico allo sviluppo. Una Risoluzione dell’ONU non è di per sé obbligatoria alla stregua, poniamo, di un trattato internazionale; talune di esse però, tra cui la 2626, adottate con una certa maggioranza e su argomenti di particolare natura e rilievo, hanno acquistato, alla luce della prassi e della dottrina giuridica internazionale più accorta, valore di obbligo paragiuridico che fa sì che sia impossibile per gli Stati che le hanno approvate ignorarne le conseguenze.

Così, pur se solo due o tre Stati scandinavi più l’Olanda hanno dato piena attuazione a tale mozione, l’obiettivo dello 0,7% in aiuto pubblico allo sviluppo è reiterato in tutti i documenti internazionali come punto di partenza ideale di ogni concreta politica di cooperazione ed i Governi ne fanno continuo riferimento, magari per giustificarne il loro mancato adempimento. Tipica è in questo senso una delle prime dichiarazioni del Presidente Mitterrand, che ha tenuto ad annunciare, all’indomani della sua elezione, che la Francia arriverà allo 0,70% “entro il 1988”, alla fine cioè, guarda caso, del suo mandato presidenziale.

In questa ottica, è stato chiesto conto in primo luogo ovviamente all’Italia del suo rispetto di questa Risoluzione e di altri documenti di pari tenore: la risposta, dopo due anni, è stata lo stanziamento globale di 4.500 miliardi per il triennio ’81/’83, sì da portare alla media dei contributi degli altri paesi industrializzati l’aiuto dell’Italia. Una delle critiche più diffuse rivolte all’approccio radicale è quella di privilegiare troppo il momento economico, quasi che con i soldi si possano risolvere automaticamente tutti i mali del Terzo Mondo. La realtà, come si vede, è ben diversa: i radicali hanno in questi anni semplicemente chiesto il rispetto di un impegno assunto, seppure in sordina, dal Governo italiano negli anni precedenti e mai rispettato. Quindi le somme “gigantesche” chieste dai radicali non rispecchiano altro che impegni assunti in sede multilaterale che solo la mancanza di una adeguata volontà politica nazionale impedisce di rendere operativi. L’unica richiesta “supplementare” radicale è semmai quella di destinare in priorità tali fondi al soddisfacimento dei bisogni fondamentali delle popolazioni interessate, e quindi alla lotta alla fame, piuttosto che all’appoggio ai Governi “amici” dei paesi meno sviluppati.

La seconda richiesta faceva atto dell’impegno solennemente assunto dai paesi partecipanti alla Conferenza Mondiale dell’Alimentazione svoltasi a Roma nel 1974 di “debellare entro dieci anni il flagello della fame e della malnutrizione”, in sintonia con l’altro impegno, questa volta preso nel contesto di un trattato internazionale, che vincola gli Stati contraenti ad “assicurare il diritto alla libertà dalla fame come diritto dell’uomo”.

I radicali ne hanno chiesto e ne chiedono la piena attuazione, anche attraverso la convocazione di un’altra Conferenza internazionale, questa volta dotata però di un potere deliberativo.

Ed è proprio sul carattere deliberante di alcuni organi dell’ONU che si è incentrata la terza richiesta giuridica dell’azione radicale: la domanda cioè di adire immediatamente il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite investendolo del problema della fame e del sottosviluppo considerato sotto l’angolo di minaccia grave alla pace ed alla sicurezza internazionale. In un mondo in cui le più futili scaramucce di frontiera sono portate all’attenzione del massimo organo delle Nazioni Unite, appare folle lasciare mero appannaggio degli organi tecnico-esecutivi del sistema ONU il problema dello sterminio per fame, allorché il numero delle sue vittime supera di gran lunga quello di qualsiasi conflitto armato in corso. Tutto ciò con la piena consapevolezza della incapacità del Consiglio di Sicurezza di assicurare, nella maggior parte dei casi, una linea decisionale che superi il veto di questa o quella superpotenza. E’ convinzione infatti che lo stimolo e l’impatto psicologico che un tale atto solleverebbe, sarebbe di per se condizione essenziale per il successo della campagna in corso; tra l’altro, metterebbe finalmente in rilievo l’assenza totale dei paesi del blocco dell’Est dalla cooperazione con paesi in via di sviluppo.

Le misure che venivano individuate come immediatamente adottabili dal Consiglio di Sicurezza erano il dichiarare obbligatorio il rispetto dello 0,70% per gli Stati che avevano approvato la Risoluzione 2626, e l’invio o almeno la costituzione di veri e propri caschi blu della fame nei paesi e nelle regioni dove il problema della fame e della malnutrizione è più drammatico e là dove l’autorità del Governo centrale non basta ad assicurare condizioni di vita normali. Insomma, un dovere di ingerenza per scongiurare l’olocausto in corso di fronte al quale la Comunità internazionale non può e non deve restare indifferente. Per quanto riguarda le misure più spiccatamente economiche, i radicali hanno sempre indicato l’insieme delle misure elaborate e messe a punto da tutta una serie di esperti a livello internazionale, mettendo in rilievo come tali proposte, pur ottime e immediatamente applicabili, restino inattuate per mancanza di una qualsiasi volontà di renderle operative.

Non c’era, in altre parole, la presunzione di elaborare nuove strategie, quanto il convincimento che ottimi tecnici e specialisti sono tenuti in totale sottoimpiego per mancanza di iniziative politiche adeguate. Ed è proprio il convincimento della buona qualità di una serie di piani esistenti, che vanno contro corrente rispetto alla situazione esistente e chiedono un intervento per garantire innanzi tutto la sopravvivenza delle popolazioni interessate rendendole al tempo stesso artefici del loro proprio sviluppo, che ha determinato la seconda fase della campagna radicale.

In questo senso, uno slogan ed un approccio particolare hanno inglobato le rivendicazioni precedenti e allo stesso tempo sintetizzato l’analisi radicale. “Assicurare vivi allo sviluppo è possibile, occorre farlo subito”.

E’ il messaggio del Manifesto dei Premi Nobel, che di fatto ha determinato la seconda fase dell’impegno radicale contro lo sterminio. Ottanta Premi Nobel, tra cui economisti come Leon Tieff, Gunnar, Myrdal, Kenneth, Arrow, Lawrence, Klein, Jan Timbergen hanno affermato che è possibile, e dunque urgente, rendere alla vita e allo sviluppo le decine di milioni di vittime di ogni anno dello sterminio per fame.

Il metodo, uno solo: sormontare immediatamente le cause di questa tragedia scongiurandone al più presto gli effetti. In concreto, attaccare in priorità i tassi di mortalità delle regioni dove più si muore per fame e sottosviluppo determinando le condizioni per un’autosufficienza alimentare e sanitaria di quelle popolazioni come premessa fondamentale per qualsiasi politica di sviluppo.

Nei paesi occidentali muore in media ogni anno non più del 9,10 per mille della popolazione; nei paesi del Terzo Mondo la media sale al 16/17 per mille e in molti paesi supera il 20 per mille. Ciò significa, disaggregando i dati, che se nelle grandi città di quei paesi la media annuale è del 13/14 per mille, nelle campagne si arriva facilmente anche al 30 per mille di morti ogni anno, la maggior parte dei quali per malattie connesse alla mancanza di cibo e di una igiene adeguata. La speranza media di vita nei nostri paesi è di oltre 70 anni, nei paesi d’Africa è fra i 39 e i 47.

Sono questi i dati che occorre avere presenti quando si vuole dare corpo ad una reale politica di lotta alla fame. E in questo senso il Parlamento Europeo ha per primo quantificato le indicazioni dei Nobel indicando 5 miliardi di dollari come necessari per assicurare la sopravvivenza, in 12 mesi, a 5 milioni di vite umane.

Cinque miliardi di dollari sono una cifra enorme per dell’assistenza pura e semplice a 5 milioni di persone, come molti credono vogliano fare i radicali. In realtà 5 miliardi sono il minimo indispensabile per un’azione in due fasi contestuali che da un lato arresti fame e malnutrizione e dall’altro getti le premesse concrete di un reale processo di sviluppo. Non mero aiuto alimentare quindi, come vogliono far credere gli avversari dell’impostazione radicale, ma un intervento di grandi dimensioni, una sorta di vero e proprio piano Marshall per il Terzo Mondo. Non a caso l’impostazione del Parlamento Europeo è stata subito sostenuta dai più alti responsabili del sistema delle Nazioni Unite che si sono dichiarati disposti ad assicurarne l’operatività. Ancora una volta è mancata però la decisione politica concreta a livello europeo. Lo stesso dicasi per quanto riguarda l’Italia, dove la proposta di legge dei sindaci per il varo di un piano di urgenza immediato è tuttora bloccata alla Commissione Esteri della Camera.

Un piano di urgenza per la sopravvivenza, ecco la chiave per contribuire a sconfiggere la fame e il sottosviluppo. Non un programma più o meno articolato di aiuti alimentari – quello che tuttora continua a perseguire la CEE nonostante i suoi responsabili accusino poi i radicali di essere i fautori di questa stessa politica – ma un’azione in profondità che consenta di debellare il dramma della fame e, insieme, di avviare una politica di sviluppo.

Alla luce del fallimento delle altre strategie internazionali basate su tempi lunghi e sul consenso dell’intera Società internazionale su di un programma necessariamente minimale, occorre contrapporre un’iniziativa autonoma e coraggiosa che, rompendo il fronte dell’indifferenza e dell’apatia che caratterizza in questi anni i rapporti Nord-Sud, getti le premesse per un’inversione di tendenza e, in definitiva, per un nuovo ordine economico internazionale stabile e duraturo, in grado di assicurare davvero, con l’eliminazione delle sacche di sottosviluppo più intollerabili, la pace e la cooperazione fra le Nazioni.