HONG KONG: SOS STATO DI DIRITTO

Siamo al 18° fine settimana di proteste a Hong Kong, che si è aperto venerdì sfidando l’ordinanza di emergenza appena entrata in vigore.

Migliaia di persone sono scese in strada per una notte di violente proteste, con folle che davano fuoco a due stazioni della metropolitana e vandalizzavano negozi e aziende considerati pro-Cina. La polizia ha risposto con gas lacrimogeni e in almeno un caso con armi da fuoco.

Questo ennesimo scontro arriva alla fine di una settimana in cui si sono “celebrate” due date storiche significative e radicalmente opposte: il settantesimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare cinese il 1° ottobre, e la Giornata internazionale della nonviolenza nella data di nascita del Mahatma Gandhi il 2° ottobre. E purtroppo il modo in cui queste due date (non) sono state ricordate nella maggior parte del mondo politico è emblematico del declino nella difesa dello stato di diritto, democrazia e diritti umani nel mondo.

Martedì, la Cina ha celebrato i 70 anni di governo del Partito comunista e la sua ascesa allo status di superpotenza globale con una parata militare di 15.000 truppe e armi tra cui nuovi droni ipersonici e missili balistici intercontinentali, sotto gli occhi della leadership del paese a Piazza Tiananmen. Xi Jinping, Presidente a vita e il leader più influente dallo stesso Mao, ha lanciato le celebrazioni con un discorso che ha sottolineato l’ascesa economica della Cina e il ruolo del Partito nel promuoverlo: “Non c’è un potere che possa scuotere lo status di questa grande nazione. Nessuna forza può impedire al popolo cinese e alla nazione cinese di avanzare.”

Per il Partito comunista, questa è stata una delle celebrazioni più importanti, perché non solo sono sopravvissuti all’Unione Sovietica che un tempo era il suo sponsor e sostenitore, l’hanno anche di gran lunga superato, con la proiezione aggressiva del potere di Xi oltre i confini della Cina, con un chiaro e dichiarato obiettivo di cambiare il mondo per adattarlo ai suoi scopi piuttosto che adattarsi al mondo.

Tutto questo è fin troppo evidente durante le sessioni del Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra, dove la Cina apertamente ha dichiarato di voler riscrivere le regole, riaffermando il principio della non-ingerenza negli affari interni e lanciando i “diritti umani con caratteristiche cinesi” contro l’universalità dei diritti umani. Numerose ONG, funzionari anonimi, e alcuni (troppo pochi) Stati membri hanno più volte denunciato la pressione aggressiva della RPC, sostenuta da un numero sempre crescente di regimi affini e stati vassalli, sui meccanismi internazionali per la difesa dei diritti umani e lo stato di diritto. Certamente l’impossibilità di condannare la RPC per l’incarcerazione arbitraria di massa di almeno 1 milioni di Uiguri durante la penultima sessione del Consiglio ne è l’esempio più eclatante, aggravato dalla lettera firmata da 37 ambasciatori, principalmente dall’Africa e dal Medio Oriente (tra cui Pakistan, Arabia Saudita, Algeria e Russia), indirizzata al Presidente del Consiglio e all’Alto Commissario per i Diritti Umani, che loda lo sviluppo dei diritti umani nello Xinjiang e il successo in materia di antiterrorismo e de-radicallizzazione, in risposta alla lettera di 22 paesi (quasi tutti occidentali) che chiedevano un’inchiesta indipendente nelle politiche messe in atto nella regione.

Ma l’abbiamo visto ancora durante l’ultima sessione, conclusasi il 27 settembre, quando il parlamentare di Hong Kong e attivista per la democrazia, Tanya Chan, ha preso la parola al Consiglio a nome della ONG UN Watch e ha lanciato un appello per un’azione di fronte alla brutalità della polizia a Hong Kong, solo per essere rimproverata dal presidente del dibattito. Chan aveva esortato l’Alto Commissario Bachelet a sostenere l’organizzazione di una sessione urgente del CDU sulla situazione a Hong Kong e l’istituzione di una commissione d’inchiesta, concludendo il suo intervento senza mezzi termini: “Perché la Cina è seduta qui come membro del Consiglio per i Diritti Umani?” Invece di offrire i consueti ringraziamenti e passare al prossimo oratore, Foradori, ambasciatore dell’Argentina, ha detto che la sua dichiarazione non rientrava nei parametri del punto all’ordine del giorno (Punto 3: “Promozione e protezione di tutti i diritti umani, civili, politici, economici, sociali e culturali, compreso il diritto allo sviluppo”).

Ma ovviamente la proiezione del potere non sta solo nel soft power attraverso la riscrittura delle regole. Giovedì, il Presidente russo Vladimir Putin, che a giugno Xi Jinping aveva definito migliore amico, ha affermato che Mosca sta aiutando Pechino a costruire un sistema d’avvertimento per il lancio di missili balistici. Dalla guerra fredda, solo gli Stati Uniti e la Russia hanno tali sistemi, che coinvolgono una serie di radar terrestri e satelliti spaziali, consentendo l’individuazione tempestiva di missili balistici intercontinentali.

Parlando a una conferenza sugli affari internazionali, Putin ha dichiarato che la Russia sta aiutando la Cina a sviluppare un tale sistema, aggiungendo che “questa è una cosa molto seria che migliorerà radicalmente la capacità di difesa della Cina”. La sua dichiarazione indica l’intensificazione di cooperazione nella difesa tra i due ex rivali comunisti che stanno sviluppando legami politici e militari sempre più stretti.

In questo scenario di sfida sempre più aperta all’ordine mondiale costruito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, e alla speranza che questo ordine si potesse affermare a pieno dopo il crollo dell’impero sovietico negli anni 90 – speranze che hanno portato all’apertura alla Cina e la sua conseguente ascesa economica, spesso in flagrante violazione delle regole internazionali anche in termini commerciali-, il mondo democratico rimane fin troppo in silenzio e non riesce a fare fronte unito. Mentre in gran parte del mondo occidentale, il 1 ottobre sono state organizzate manifestazioni dalla società civile, che hanno unito i democratici cinesi, Tibetani, Uighuri, Taiwanesi, e cittadini di Hong Kong sotto la bandiera del anti-autoritarismo al quale aveva fatto appello l’attivista Joshua Wong su Twitter (“Niente celebrazioni, solo manifestazioni; Cina utilizza Hong Kong per agitare i suoi artigli sul mondo libero per intensificare la sua oppressione”), il Presidente Trump e altri leader governativi occidentali mandavano i consueti auguri per la festa nazionale a Pechino.

Come sappiamo bene in Italia, il fronte europeo è più diviso che mai sulla questione – minaccia – cinese, evidenziata dal documento strategico sulla Cina rilasciato dal governo svedese mercoledì 3 ottobre, sulle preoccupazioni di Stoccolma per i legami Pechino-Mosca, che sollecita l’Unione europea ad adottare una posizione “comune e chiara”per “gestire le sfide” poste dalle crescenti ambizioni geopolitiche della Cina in Europa. Il documento strategico svedese “chiede la cooperazione tra l’UE e gli Stati Uniti per far fronte alle sfide legate alla sicurezza derivanti dall’ascesa globale della Cina”. Il crescente legame della Cina con il maggiore potere nel vicinato della Svezia – la Russia – sta suscitando preoccupazioni tra i politici di Stoccolma:  “La relazione è legata da un interesse comune nel cambiare il sistema internazionale a beneficio di entrambi i paesi.” Inoltre, la proliferazione degli investimenti cinesi in Europa sta costringendo la Svezia, un tradizionale sostenitore del libero scambio, a prendere in considerazione un meccanismo nazionale di controllo degli investimenti. Il documento attira anche l’attenzione sullo sforzo della Cina di ottenere “una maggiore influenza sull’Artico”. L’anno scorso, la Cina ha cominciato ad estendere il suo enorme progetto infrastrutturale, la Belt and Road Initiative, sviluppando rotte di navigazione all’estremo nord, aperte nella regione polare dal riscaldamento globale.

Soprannominando le nuove rotte proposte la “Polar Silk Road”, la Cina ha affermato che incoraggerebbe le imprese a costruire infrastrutture e condurre viaggi di prova commerciali lungo le rotte marittime dell’Artico. Pur sottolineando che la Svezia si adatterà all’UE su una strategia globale sulla Cina, indirettamente il documento castiga il blocco per non aver escogitato un piano globale per gestire la seconda economia più grande del mondo. “È  di fondamentale importanza per la Svezia che l’UE conduca una politica comune e chiara sulla Cina,” aggiungendo che l’UE dovrebbe spiegare in che modo tale politica potrebbe essere applicata individualmente dai diversi Stati membri.

In tutto questo, con uno scontro sempre più aperto sulle regole e l’ordine mondiale di domani, appare evidente che il mondo libero debba prendere una posizione molto più forte riguardo a Hong Kong se non vuole perdere con questa battaglia la sua autorità morale, l’attrazione del sistema dei diritti umani e lo stato di diritto per i cittadini oppressi nel mondo, nonché l’utilizzo dell’arma della nonviolenza da parte di essi, arma che rischia di essere abbandonata se non sostenuta. Infatti, dopo mesi di proteste per la maggior parte pacifiche, gli atti di violenza da entrambi le parti diventano sempre più frequenti, come visto venerdì sera dopo l’adozione dell’ordinanza di emergenza.

L’ordinanza sui regolamenti d’emergenza, creata dalle autorità britanniche per rompere gli scioperi portuali nel 1922, non era stata utilizzata per più di mezzo secolo e mai dal passaggio di Hong Kong al dominio cinese nel 1997.

Invocata dall’esecutivo, bypassando il Parlamento (il quale sarà comunque chiamato a pronunciarsi alla sua riapertura) per renderla immediatamente operativa, fornisce poteri praticamente illimitati al Chief Executive Carrie Lam, anche se studiosi di diritto affermano che il governo potrebbe essere sfidato in tribunale se un provvedimento violasse la Legge fondamentale del territorio. Il regolamento è entrato in vigore a mezzanotte di venerdì e esclude tutti i rivestimenti del viso, compreso la vernice e le maschere anti-gas, a qualsiasi riunione pubblica, pena una multa e un anno di prigione. In una conferenza stampa, Lam era combattiva: “Abbiamo il dovere di utilizzare tutti i mezzi disponibili per fermare la violenza crescente e ripristinare la calma nella società. La decisione di invocare l’ordinanza di emergenza è difficile, ma anche necessaria per l’interesse pubblico.” Dopo la notte violenta di venerdì, manifestazioni più ridotte continuano anche oggi, sabato 5 ottobre, con i manifestanti che sfidano a viso coperto la legge d’emergenza, senza che la polizia cerchi per ora di imporre l’ordinanza. Una grande manifestazione, per cui non è stata chiesta l’autorizzazione, è prevista per domenica, 6 ottobre.

Come mostrano purtroppo gli atti di vandalismo di venerdì sera, la battaglia di Hong Kong per la democrazia – suffragio universale, elezioni dirette, diritti civili, libertà di espressione e rispetto dello stato di diritto – è sull’orlo del baratro. Ciò non è dovuto al fatto che le centinaia di migliaia di manifestanti che hanno appoggiato le proteste quando sono iniziate a giugno hanno improvvisamente cambiato opinione sugli sforzi subdoli di Pechino per allargare il suo controllo o sul metodo da utilizzare, ma – almeno in parte – alla mancanza di sostegno univoco dal mondo il cui modello cercano di difendere.

Le dichiarazioni a sostegno sono state troppo sparpagliate e per la maggior parte – e vanno lodate – emanate da istituzioni parlamentari. Pensiamo in particolare alla legge bipartisan in discussione al Congresso americano, ma anche alla dichiarazioni del Parlamento europeo, e le interrogazioni e mozioni presentate anche al Parlamento italiano. Però, gli esecutivi non hanno mostrato la stessa determinazione. Come garante legale delle libertà di Hong Kong, la Gran Bretagna ha il dovere di resistere al comportamento repressivo della Cina. Ma a parte alcune frasi diplomatiche attentamente formulate, ha fallito in modo significativo. Tale debolezza viene respinta con disprezzo a Pechino. Gli Stati Uniti sono considerati un campione di valori democratici globali ma la Casa Bianca non ha intrapreso azioni sostanziali, applicando misure punitive alla Cina sulle pratiche commerciali sleali sì, ma non per le sue violazioni dei diritti umani.

E’ chiaro che a Washington, Londra, Roma, e in altre capitali occidentali, il denaro e il potere parlano più forte degli ideali democratici, degli ombrelli rotti e delle teste insanguinate.

E’ evidente che la ragion di stato, nonostante tutte le dichiarazioni, non è stata superata, ci si scorda però del fatto che è anche la violazione di questi principi fondamentali che permette alla Cina di mettere in pratica le sue politiche sleali commerciali. Se la causa della democrazia, dei diritti umani, dello stato di diritto e della nonviolenza a Hong Kong sarà persa, sarà almeno in parte perché l’Occidente non è riuscito a lottare per essa. E sono esattamente le ragioni per cui il Partito Radicale deve continuare a farlo.

Laura Harth