E se fosse l’Africa a lasciare l’Unione europea?

Con un titolo provocatorio su Foreign Policy, Brian Stout coglie nel segno il monito all’Unione europea che trapela dai sentimenti prevalenti espressi dai Leader africani dei 55 Stati membri dell’Unione Africane durante il vertice ad Addis Abeba della scorsa settimana. Centrale il desiderio di affermare l’Africa come un continente forte, autosufficiente e soprattutto emancipato e unito, fedele alla visione Agenda 2063 adottata nel 2014. Un’Agenda su cui si stanno facendo importanti passi in avanti, a partire dalla creazione del mercato unico AfCFTA. Sui diversi temi all’ordine del giorno i leader hanno ripetutamente affermato che ci vogliono “soluzioni africani per i problemi africani” e accordi alla pari con partner esterni come l’Unione europea. I temi sollevati vanno dall’Accordo di Cotonou in fase di rinegozazzione con l’UE alla questione della sicurezza, la risposta al terrorismo e il conflitto libico. Gli articoli raccolti in seguito pongono in primo piano le opportunità e le sfide immediate che questo nuovo slancio panafricano pone anche all’UE ancora alla ricerca di una visione futura sul suo rapporto col continente che era solito dominare. 

Proponiamo di seguito la traduzione di: 

Ora è l’Africa a lasciare l’Unione europea

Brian Stout su FOREIGN POLICY, 10 febbraio 2020 

Il 31 gennaio, la Gran Bretagna ha lasciato l’Unione europea, portando a termine quasi tre anni di negoziati torturati. Con un accordo sui futuri rapporti ancora tutta da tracciare, Bruxelles deve già affrontare un’altra scadenza che potrebbe ridefinire il suo posto nel mondo: l’accordo quadro dell’UE con un blocco di 79 paesi africani, caraibici e del Pacifico scade il 29 febbraio. 

Mentre la semplice estensione dei termini sarebbe conveniente per l’UE, il contesto globale è un mondo lontano da quello del 2000, quando l’Accordo di Cotonou con il gruppo di Stati africani, caraibici e del Pacifico fu firmato in Benin. E mentre i Capi di Stato africani concludono un vertice di due giorni iniziato domenica alla 33a sessione ordinaria dell’Unione africana ad Addis Abeba, in Etiopia, dovrebbero riconsiderare se è saggio rimanere parte di un accordo che non li aiuta a raggiungere i loro obiettivi di sviluppo, mina il progetto di integrazione africana e non li rispetta come partner alla pari. 

Le visioni dell’Africa di un continente integrato con solidarietà politica e prosperità interconnesse sono vecchie quanto la decolonizzazione, ma fino a poco tempo fa c’erano pochi indicatori del fatto che stessero andando nella giusta direzione. L’Organizzazione dell’Unità Africana, fondata nel 1963, era ampiamente considerata come un club di ditattori e fu succeduta nel 2002 dall’Unione Africana (UA), la cui reputazione è solo leggermente migliore. Modellato sul modello difettoso delle istituzioni dell’Unione europea, l’UA rimane sia eccessivamente centralizzata che carente in termini di capacità e accountability. Ma negli ultimi tre anni, l’UA ha iniziato a emergere come un attore rilevante a livello globale, essendo riuscito a superare un grande ostacolo al progresso panafricano. 

Nel 2018, l’UA ha adottato l’African Continental Free Trade Area (AfCFTA – Zona di Libero Scambio Continentale Africana), il più grande accordo commerciale concluso dalla fondazione dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) nel 1995. Con oltre 2,5 trilioni di dollari, l’economia dell’Unione Africana ha quasi le dimensioni delle economie inglesi e francesi, che si posizionano al sesto e al settimo posto nel mondo. Il commercio di beni e servizi nel mercato unico continentale inizieranno il 1° luglio, quando la maggior parte dei 30 paesi ratificanti abbasseranno le tariffe su almeno il 90 percento dei loro prodotti e ridurranno progressivamente le tariffe fino a un massimo del 3 percento entro il 2035. 

Parallelamente a questa liberalizzazione e armonizzazione del commercio, è in via di sviluppo un trattato sulla libera circolazione a livello continentale, che apre la strada a un’unione doganale e dà slancio politico al progetto passaporto dell’UA, che consentirebbe viaggi senza visto tra i 55 Stati membri. Le aspettative sono che questi sviluppi possano stimolare l’industrializzazione e le esportazioni, tagliare le barriere non-tariffarie e i tempi di trasporto,  attrarre investimenti esteri diretti, diversificare l’economia trainata dalle materie prime, creare posti di lavoro, ridurre i prezzi di beni e servizi, allocare le risorse in modo più efficiente e aumentare il commercio intercontinentale – un ambito in cui l’Africa è molto indietro rispetto agli altri continenti. 

Mentre l’AfCTFA non trasformerà l’Africa dall’oggi al domani e le sue prospettive a lungo termine dipendono da un’attuazione riuscita, essa annuncia una nuova era in cui l’UA può finalmente sfruttare il suo peso economico collettivo nelle sue relazioni politiche con il resto del mondo. E’ giunto il momento per i leader africani di fare un bilancio delle loro relazioni esistenti e di esaminare se stanno aiutando l’UA a raggiungere la sua visione dell’Agenda 2063, un piano strategico di 50 anni con obiettivi strettamente collegati agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite per il 2030 che sono stati adottati nel 2015.

Dal 2000, i progressi in termini degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) e il loro predecessore, gli UN Millennium Development Goals, sono stati lenti e distribuiti in modo non uniforme. L’indice SDG Africa 2019 rileva che “A livello generale, i paesi africani ottengono un risultato relativamente buono in termini di produzione e consumo sostenibile, nonché in termini di azione per il clima… ma hanno una povera performance negli obiettivi legati al benessere umano” come la povertà, la fame e l’energia pulita. 

Mentre i leader africani considerano le loro opzioni dell’Accordo post-Cotonou, devono valutare i meriti della continuità rispetto al progresso insoddisfacente dello sviluppo alla luce delle prove che le priorità dell’UE per lo sviluppo africano non corrispondono alle aree di maggiore necessità del continente. Ufficialmente l’istituzione congiunta tra l’UE e i paesi africani, caraibici e del Pacifico per lo sviluppo agricolo si sforza per “far progredire la sicurezza alimentare, la resilienza e la crescita economica inclusiva in Africa, nei Caraibi e nel Pacifico attraverso innovazioni nell’agricoltura sostenibile”, ma le soluzioni concrete che prevede sarebbero miglioramenti marginali, non cambiamenti trasformativi. 

In molti paesi africani, lo sviluppo agricolo è paragonabile a quello dell’Europa occidentale all’inizio della metà del XIX secolo e richiede importanti ammodernamenti per aumentare la produttività, come l’irrigazione, trattori, migliori varietà di cereali, fertilizzanti e un migliore stoccaggio per migliorare l’insicurezza alimentare e chiudere il divario crescente tra i prodotti agricoli africani e quelli di altre regioni in via di sviluppo. L’istituzione congiunta è finanziata esclusivamente dall’UE e nella sua impostazione strategica afferma chiaramente che “Più cibo non è la risposta” alla fame in Africa, nonostante riconosca che le importazioni di cibo sono elevate e le esportazioni basse. 

Il rafforzamento delle catene del valore delle piccole e medie imprese agroalimentari è auspicabile ma non ottimale, poiché rafforza l’attuale dinamica commerciale dell’esportazione di materie prime in Europa. In breve, la politica di sviluppo agricolo dell’UE è in gran parte un’impresa neocoloniale impegnata nella protezione del proprio mercato agricolo e nella produzione di beni a valore aggiunto per l’esportazione; è un veicolo per il soft power e gli interessi commerciali europei piuttosto che un sostegno allo sviluppo in Africa. 

Anche gli aiuti sono problematici. L’attuale architettura attraverso la quale negli ultimi anni le istituzioni dell’UE hanno fornito circa 6 miliardi di dollari in aiuti annuali all’Africa – la seconda fonte più grande di donazioni multilaterali – ostacola anche l’integrazione economica africana e divide politicamente il continente. Mentre l’UE fornisce assistenza al gruppo di Stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico attraverso il Fondo europeo di sviluppo, raggruppa il Nord Africa – la regione più performante del continente in termini dei criteri dello sviluppo sostenibile – nell’ambito della sua politica di vicinato europeo finanziata attraverso l’European Neighbourhood Instrument. Gli Stati membri dell’UE forniscono anche aiuti bilaterali all’Africa, ma non sono tenuti a coordinare la loro assistenza allo sviluppo per allinearsi alle prerogative dell’UE. 

Non molto tempo fa, l’UE aveva difficoltà a “riconciliare i suoi interessi strategici con la sua agenda basata sui valori”, come notava un documento dell’European Centre for Development Policy Management nel 2012. L’interesse personale del blocco ha vinto definitivamente tre anni dopo con il lancio dell’Emergency Trust Fund for Africa, che devia il 73 percento del Fondo europeo di sviluppo alla lotta contro la crisi migratoria nei suoi punti di origine esterni. 

La ridistribuzione di questi fondi come parte di una risposta alla crisi della politica interna dell’UE è nemica delle esigenze a lungo termine dell’Africa. In effetti, la partecipazione al gruppo degli Stati africani, caraibici e del Pacifico impedisce all’Africa di lavorare con l’Europa verso soluzioni orientate sul continente stesso. Il coinvolgimento in questo quadro diretto dall’alto verso il basso, da donatore a destinatario, priva l’Africa di un potere da agente proprio e la rende vulnerabile alle priorità dei suoi patroni. L’Unione Africana lo riconosce e ha richiesto un approccio da continente a continente, ma alcuni Stati membri hanno gravemente compromesso la loro capacità di negoziare alla pari con gli interlocutori europei, insistendo nell’operare sotto l’ombrello dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico. Mali, Togo e Burkina Faso sono tra quei paesi la cui dipendenza e avversione al rischio sono responsabili dell’indebolimento dell’unità africana e, in definitiva, di se stessi. 

L’UE, da parte sua, ha chiarito di aver sentito l’Unione Africana. La nuova Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha compiuto un viaggio simbolicamente significativo presso la sede centrale dell’UA ad Addis Abeba una settimana dopo la sua entrata in carica nel dicembre 2019. Ha portato un pacchetto di aiuti da 188 milioni di dollari per programmi sanitari, sistemi elettorali, politiche ambientali e iniziative di sviluppo economico per sostenere il suo messaggio secondo cui l’Unione europea sarà più di una semplice fonte di dispense da ora in poi: “L’Unione africana è un partner su cui conto e non vedo l’ora di lavorare nello spirito di un vero partenariato di pari.” Se questo suona familiare, è perché l’UE ha utilizzato questo discorso lusinghiero di un “vero partenariato tra pari” per più di un decennio. 

Nel 2007 l’UE e l’UA hanno lanciato un quadro bilaterale ufficiale che non ha fatto nulla rispetto allo scopo previsto di andare oltre una tradizionale relazione nord-sud, oltre a fornire 50 milioni di euro per assistenza tecnica nella stesura degli standard normativi dell’AfCTFA. La presunta creazione da parte di von der Leyen di un Commissario per l’Africa nel ramo esecutivo dell’UE non si è concretizzata, sebbene abbia rinominato il Commissario per lo Sviluppo come Commissario per i Partenariati internazionali. 

In termini emblematici, nonostante non volesse parlare della questione dell’immigrazione ad Addis Abeba, von der Leyen sta proseguendo i negoziati post-Cotonou iniziati nel 2018, che iniettano aiuti condizionati al controllo della migrazione come asse centrale delle relazioni tra l’UE e l’Africa, i Caraibi e gli Stati del Pacifico, dove ai sensi dell’accordo attuale questa questione non è presente. Non c’è da stupirsi che l’ex ministro delle finanze dello Zimbabwe abbia affermato che “la dettatura e la prescrizione” sono le caratteristiche distintive delle relazioni UE-Africa. “Quando arrivi al tavolo dei negoziati è molto chiaro che non siamo uguali”, ha affermato Patrick Chinamasa, che ha ricoperto diversi incarichi come ministro delle finanze negli ultimi dieci anni. 

Le azioni dell’Unione europea chiariscono che desidera continuare a trattare l’Unione africana come partner minore il più a lungo possibile. 

Questo comportamento solleva la questione di quanto a lungo l’Unione africana tollererà di essere legata in accordi che il suo Alto Rappresentante, Carlos Lopes, ha denunciato nei colloqui post-Cotonou. Secondo l’attuale accordo, ha detto, “c’è un solo perdente: l’integrazione regionale africana”. Ma Lopes ha anche indicato che “non c’è rischio di nessun accordo. Non è come la Brexit. Se non avremo un accordo entro il 2020, estenderemo ciò che già abbiamo.”

L’AU e i suoi stati membri hanno altre opzioni. Sia la Cina che gli Stati Uniti offrono modelli di assistenza allo sviluppo che soddisfano le esigenze di sviluppo dell’Africa meglio di quelle dell’Unione europea. Il Fondo europeo di sviluppo non svanirà e l’Europa a crescita lenta non è in grado di competere con la generosità cinese sui progetti infrastrutturali. 

L’UA potrebbe tuttavia utilizzare la US Millennium Challenge Corporation come quadro di riferimento per il modo in cui l’UE dovrebbe incanalare gli aiuti allo sviluppo nell’ambito del partenariato Africa-UE: soluzioni e attuazione guidate da paesi  di iniziative che promuovono l’Agenda 2063, come irrigazione, servizi igienico-sanitari e reti elettriche regionali, con condizionalità positiva ma senza minacce di sanzioni come nell’attuale Accordo di Cotonou. I negoziati post-Cotonou sono in ritardo e probabilmente continueranno oltre la scadenza, ma il nuovo Segretario generale del gruppo di Stati africani, caraibici e del Pacifico, Georges Rebelo Pinto Chikoti dell’Angola, inizierà il suo mandato di cinque anni il 1° marzo. Il suo mandato sarà di successo se sarà breve.

Nel “Giorno del Salto”, quando si concluderà l’Accordo di Cotonou, l’Unione Africana farà un passo avanti o indietro. Consentire che il partenariato scade invede di tentare di ringiovanirlo potrebbe forzare un salto in avanti, come lo ha fatto per il Brexit, e da lì l’Unione Africana potrebbe impegnare l’UE a livello bilaterale, giocando sulle ansie di quest’ultima sull’influenza cinese e russa in un continente in cui si sente intitolato al primato. Solo allora il sesto vertice triennale UA-UE, che si terrà alla fine di quest’anno, potrebbe svolgersi su un piano di parità. 

Accordo di libero scambio panafricano per riscaldare il cuore dell’UE

David M. Herszenhhorn e Simon Marks per POLITICO, 12 febbraio 2020 

L’Unione Africana stabilisce obiettivi per la libera circolazione di merci, servizi e persone. Ora tutto ciò di cui l’Africa ha bisogno sono strade e ferrovie.

ADDIS ABEBA, Etiopia — Standard coerenti. Regolamentazione coerente. Parità di condizioni.

Suona familiare? No, non è Michel Barnier a ribadire gli obiettivi per un accordo commerciale con il Regno Unito. Sono i leader dell’Unione Africana (UA) all’apertura del vertice annuale, rallegrandosi per i benefici che si aspettano dall’African Comprehensive Free Trade Agreement (AfCFTA – Zona di Libero Scambio Continentale Africana). L’accordo commerciale panafricano è stato ratificato da 30 paesi UA e dovrebbe essere operativo entro il 1° luglio di quest’anno. 

Dal punto di vista dell’UE, forse nessun altro sviluppo è così cruciale per mettere l’Africa su una traiettoria per diventare un altro bastione del multilateralismo e del libero scambio basato su le regole come il successo a lungo termine dell’AfCFTA. 

Ma ascoltando i discorsi e i commenti dei leader africani al vertice nella capitale etiope di Addis Abeba, due cose erano chiare: in primo luogo, seppur grati per il sostegno e l’incoraggiamento, non si preoccupano particolarmente di ciò che l’UE o chiunque altro vuole, perché l’Africa segnerà il proprio futuro; e in secondo luogo, per sfruttare appieno un accordo di libero scambio che promette la libera circolazione di persone, merci e servizi, l’Africa avrà prima bisogno di una rete funzionante di strade, ferrovie e altre infrastrutture. (Porre fine ai violenti conflitti che continuano a imperversare in molte parti dell’Africa è anche un prerequisito per promuovere la stabilità necessaria per il libero scambio e per attrarre investimenti stranieri.)

“Oggi siamo sulla cuspide del più grande passo verso l’unità continentale dalla fondazione dell’Organizzazione per l’unità africana”, ha dichiarato  nel suo discorso di apertura il Presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, eletto Presidente dell’UA per il 2020. “L’Africa Continental Free Trade Area che abbiamo adottato lo scorso anno ci consentià di lavorare insieme attraverso il commercio intra-africano, poiché riaccenderà l’industrializzazione e aprirà la strada all’integrazione dell’Africa nell’economia globale come attore di considerevole peso e dimensioni. E’ la realizzazione del sogno dei nostri antenati, vedere le riche risorse del nostro Continente messe in palio per il beneficio collettivo di tutti gli africani.”

Ma il predecessore di Ramaphosa alla Presidenza dell’UA, il Presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi, ha espresso una nota di cautela in merito alle sfide future: “L’integrazione del continente non può essere raggiunta se non sviluppiamo le infrastrutture dell’Africa. Il collegamento tra le diverse regioni del continente è essenziale per facilitare la libera circolazione di beni e servizi.”

In un discorso impennato, Ramaphosa ha esortato i suoi colleghi leader a cogliere l’attimo dell’Africa – per porre fine ai conflitti, combattere il terrorismo e promuovere la pace; porre fine alla discriminazione e alla violenza contro le donne  promuovere la parità nei posti governativi e decisionali, riservando almeno la metà di tutte le posizioni per le donne; combattere i cambiamenti climatici e sfruttare le opportunità della “transizione verde” e della trasformazione digitale formando un consiglio sull’intelligenza artificiale.

Ma era il suo focus sull’imperativo di completare i protocolli aggiuntivi e attuare l’accordo di libero scambio che illustrava chiaramente la sua speranza che le nazioni africane, molte delle quali ancora fortemente dipendenti dagli aiuti esteri, avessero prendessero in mano proprio il loro futuro. 

E ha chiarito che nel perseguire l’ambizioso nuovo regime di libero scambio, l’Africa si difenderà da altri attori internazionali che cercano di trarre vantaggio. 

“Dobbiamo tutti garantire che l’AfCFTA non diventi un canale attraverso il quale i prodotti con un valore aggiunto africano minimo entrino e penetrino i nostri mercati locali con il pretesto di un’integrazione continentale”, ha detto riscontrando un forte applauso. “Devono essere stabiliti standard ragionevoli per ciò che costituisce un prodotto orgogliosamente Made in Africa” – altri applausi – “dobbiamo livellare il campo di gioco per le imprese africane in modo che siano in grado di operare in un mercato su larga scala libero dalla frammentazione normativa.” 

Ramaphosa ha proseguito: “E’ passata l’era del colonialismo e dell’imperialismo in cui l’Africa è un pit-stop nella catena di assemblaggio globale.”

Ma l’Africa non è stata al di sopra il cercare consigli a Bruxelles. L’UE ha contribuito a sviluppare una piattaforma informatizzata per i paesi dell’Unione africana per registrare merci sulle quali sono disposte a ridurre o eliminare le tariffe nell’ambito del regime di libero scambio.

E nel giugno dell’anno scorso, i rappresentanti dell’UA hanno visitato l’Autorità europea per la sicurezza alimentare a Parma, in Italia, per interrogare gli esperti su come istituire un organismo equivalente in Africa, riconoscendo che l’Africa sarà in grado di avere successo nell’area di libero scambio solo se sono garantiti standard di sicurezza su tutto, dai fagiolini kenioti ai manghi coltivati in Mali. 

I dettagli sono cruciali. “Ciò che resta da fare – e l’Egitto e altri sono molto severi su questo – è lavorare sui tecnicismi fino all’ultimo minuto”, ha affermato Osama Abdel Khalek, attuale ambasciatore dell’Egitto in Etiopia. “C’è un sacco di esperienza tecnica da prendere in prestita dall’OMC.”

I funzionari hanno affermato che un vertice speciale dell’UA per portare avanti l’attuazione dell’AfCFTA si terrà a maggio in Sudafrica. “Tutti sono molto seri e credono nell’obiettivo comune”, ha detto Abdel Khalek. 

Per il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, che era ad Addis Abeba per incontrare i leader africani ai margini del vertice, e altri leader UE, l’entusiasmo per il regime di libero scambio offre qualche speranza che l’UE possa competere per l’influenza con la Cina e gli Stati Uniti, grandi poteri che preferiscono le relazioni bilaterali. Alcuni funzionari dell’UE temono che gli Stati Uniti potrebbero tentare di minare l’accordo africano, perseguendo accordi con singoli paesi che rendono più difficile la definizione di standard comuni. Ramaphosa, nel suo discorso, ha suggerito che nessun potere esterno avrebbe avuto tale influenza: 

“Promuoveremo il posizionamente del nostro continente come un attore globale forte e resistente. E’ quindi un imperativo del tempo che come Africa continuiamo a far valere il primato del multilateralismo negli affari mondiali. Dobbiamo continuare ad avanzare attraverso il rafforzamento delle relazioni dell’UA con le Nazioni Unite.”

“Come africani che vivono in questa nuova era, ci assumiamo la più grande responsabilità per assicurare che la nostra ricchezza come continente non diventi la nostra povertà, che la nostra benedizione non diventi la nostra maledizione e che la nostra dotazione non diventi la nostra rovina. Spetta a noi il compito di costruire un’Africa prospera e in pace con se stessa.”

Leader africani: Africa ha bisogno di una propria forza antiterrorismo

David M. Herszenhhorn e Simon Marks su POLITICO, 10 febbraio 2020

La spinta durante il vertice dell’Unione Africana per rafforzare le capacità congiunte evidenzia il crescente disagio per la presenza delle truppe francesi e altre truppe straniere. 

I leader africani del Sahel, regione segnata dalla violenza, si sono impegnati a lavorare verso la creazione di una propria forza comune per contrastare il terrorismo, un’iniziativa che evidenzia il crescente disagio con la presenza di truppe francesi nella regione. 

L’idea di portare avanti un’iniziativa antiterrorismo comune è stata sollevata in una riunione dei leader del Sahel presso la sede dell’Unione Africana (UA) nella capitale etiope di Addis Abeba, dove il blocco di 55 stati membri ha tenuto il suo vertice annuale. La decisione riflette una determinazione più profonda – espressa dalla leadership dell’UA – che le nazioni africane devono gestire i propri affari. 

Tra coloro a sostegno del piano c’erano il Presidente Alpha Condé della Guinea, il Presidente Idriss Déby del Ciad, il Presidente Roch Marc Christian Kaboré del Burkina Faso, il Presidente Ismail Omar Guelleh del Gibuti e il Presidente Ibrahim Boubacar Keïta del Mali.

Circa 35 capi di stato africani hanno partecipato all’incontro di domenica, dove i leader si sono lamentati della mancanza di capacità antiterroristiche coordinate tra le forze armate africane, in particolare nel Sahel, dove gruppi militanti collegati all’ISIS e ad al-Qaeda stanno conducendo un numero crescente di attacchi contro civili e truppe dell’esercito.

“Molti Presidenti si sono lamentati di non avere sufficiente capacità antiterroristica in Africa”, ha dichiarato un alto diplomatico africano presente alla riunione. “Dovremo farlo da soli e svilupparla. La minaccia è transfrontaliera e mancano le risorse finanziarie”, ha aggiunto. 

Tuttavia, creare una forza efficace per contrastare la minaccia terroristica nella regione sarà impegnativo. Le truppe spesso hanno scarso addestramento, salari bassi e una morale scadente a causa del numero crescente di vittime. 

Andrew Lebovich, visiting fellow presso il European Council on Foreign Relations concentrato sul Nord Africa e il Sahel, ha affermato che l’idea di dare impulso ad una risposta militare africana ha senso ma che in realtà gli eserciti regionali avevano incontrato una serie di ostacoli logistici in termini di una migliore cooperazione e interoperabilità tra le forze. 

“Queste sono questioni che il denaro da solo non sarà in grado di risolvere, perché si tratta anche di una questione di riforma del settore dell’organizzazione e della sicurezza”, ha affermato. 

Le lamentele arrivano mentre i leader dell’UE hanno espresso crescente determinazione a gestire i propri affari. 

“Il principio di ricerca di soluzioni africane per i problemi africani deve essere il nostro tema principale nell’affrontare tutti i conflitti nel nostro continente”, ha dicharato domenica il Presidente sudafricano Cyril Ramaphosa nel suo discorso inaugurale come Presidente dell’Unione Africana per il 2020.

Un alto funzionario africano ha affermato che le osservazioni del Presidente del Consiglio europeo Charles Michel che invitava l’Europa e l’Africa a superare l’eredità del colonialismo (sebbene senza presentare delle scuse) hanno solo sottolineato la necessità dell’Africa di mettersi in proprio. 

“La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni ed è esattamente questa sordità tonale ben intenzionata ma noiosa per cui non abbiamo più appetito”, ha aggiunto l’alto funzionario, parlando a condizione di anonimato a causa delle sensibilità che circondano il discorso di Michel. 

Ramaphosa ha dichiarato che l’UA terrà un vertice speciale in Sudafrica a maggio, dedicato alla fine dei conflitti armati nel continente e alla lotta al terrorismo. “Il vertice che terremo deve portare ad azioni concrete, da intraprendere come africani per porre fine ai conflitti e affrontare gli atti di terrorismo che imperversano in molti paesi e regioni, come il Sahel e il Corno d’Africa, e che ora si stanno diffondendo ad altri parti dell’Africa meridionale”, ha detto. 

Due funzionari africani nel quartier generale dell’UA hanno affermato che al vertice si è registrato un ampio consenso sulla riduzione della dipendenza dell’Africa dalle potenze straniere. 

Funzionari e diplomatici africani hanno discusso dell’iniziativa antiterrorismo mentre l’UA ha chiuso il suo vertice dei leader di due giorni, in cui anche le difficoltà nel concludere un accordo di libero scambio in tutta l’Africa, così come la sfida del cambiamento climatico e della trasformazione digitale, erano in alto nell’ordine del giorno. Per quanto riguarda la sicurezza, i leader hanno anche concordato sulla necessità di un ruolo africano più forte e diretto nel porre fine alla guerra civile in Libia. 

La presidenza egiziana uscente dell’Unione Africana ha dichiarato che porterebbe le lamentele dei leader sulla mancanza di un’operazione antiterroristica congiunta e sufficiente al Comitato militare all’interno del Consiglio di Pace e Sicurezza dell’Unione Africana in modo che possano essere sviluppate proposte specifiche. 

La decisione indica che i leader del Sahel sono molto meno favorevoli alla continua presenza di truppe francesi nella regione rispetto a quanto indicato durante la recente riunione del G5 Sahel a Pau, in Francia. Ciò potrebbe creare complicazioni per il Presidente francese Emmanuel Macron, che è sotto pressione a casa per la sua giustificazione del continuo dispiegamento militare, soprattutto dopo la morte di 13 soldati francesi in un incidente con un elicottero in Mali a novembre.

Sono circa 4.500 i soldati francesi dispiegati nella regione dal 2014, quando il Mali ha chiesto aiuto. 

Macron aveva organizzato l’incontro a Pau, a cui partecipò anche Charles Michel, in parte per dimostrare il continuo sostegno all’operazione militare francese ai leader della cosiddetta coalizione del G5 Sahel: Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger. 

I cinque Presidenti africani hanno firmato una dichiarazione conclusiva in cui hanno ribadito il loro desiderio che le truppe francesi rimanessero, ma è interessante notare che non ne hanno parlato alla conferenza stampa di chiusura. Solo Macron e Kaboré fecero delle osservazioni, mentre gli altri rimasero goffamente in silenzio. 

Michel ospiterà un vertice UE – G5 a Bruxelles alla fine di marzo. 

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