STATO DI DIRITTO

 

Una dichiarazione allegata alla 67a Dichiarazione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 24 settembre 2012 afferma:

“Le Nazioni Unite definiscono lo Stato di Diritto come un principio di governo in cui tutte le persone, le istituzioni e gli organismi, pubblici e privati, ivi incluso lo Stato stesso, sono tenuti da leggi pubblicamente promulgate, ugualmente applicate e giudicate in modo indipendente, e i quali sono coerenti con le norme e gli standard internazionali sui diritti umani.”

E’ una definizione che mette i diritti umani al centro del governo pubblico, e impone a tutti gli Stati di rispettare i principi sanciti dalla Carta Universale dei Diritti Umani e dai documenti successivi.

E’ evidente che la realtà nei numerosi regimi autocratici ancora attivi in molte parti del mondo è ben lungi da una tale conformità ai principi internazionali. Inoltre, ciò che è realmente spaventoso è che la ragion di stato è tornata prepontentemente alla ribalta in molte cosiddette democrazie consolidate. Le minoranze, diversamente abili, o persone che hanno incontrato qualche ostacolo in troppo nella loro vita, si trovano sempre più ai margini di una società non inclusiva.

Cinquant’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, gli anni ’90 hanno suscitato fervida speranza nell’affermazione mondiale dei diritti umani e della democrazia per tutti. La fine della guerra fredda e del regime sovietico, gli sforzi di democratizzazione stimolati dallo sviluppo economico nel cosiddetto Terzo Mondo, e un consenso coerente tra i leader democratici e i popoli di tutto il mondo a favore dei diritti umani e lo Stato di Diritto sembravano confermare la tesi della “Fine della Storia” di Fukuyama.

All’inizio del millennio, tali speranze svanirono rapidamente: gli attacchi dell’11 settembre, le conseguenti guerre in Afghanistan e Iraq, la crisi finanziaria globale, i cambiamenti climatici, l’ascesa di DAESH e il crescente populismo e estremismo nella maggior parte delle democrazie se non tutte, hanno schiacciato gli ideali di un’applicazione universale dei diritti umani e di uno Stato di Diritto democratico.

A diciassette anni dal nuovo millennio, la Corte Penale Internazionale è stata de facto fermata per il ritiro degli Stati membri e la riluttanza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a far rispettare la sua missione; il sogno dell’Unione europea come modello basato sui diritti umani e la democrazia per le altre regioni del mondo si sta trasformando in un modello di disintegrazione e i suoi interessi economici a breve termine prevalgono sui suoi principi fondanti nel trattare con le altre nazioni del mondo; la Regione araba ha visto soccombere il rinnovato sogno dei suoi popoli nella democrazia e la libertà dinanzi agli oscuri interessi geopolitici di alcuni e alla riluttanzi a reagire degli altri; le Nazioni Unite denunciano incessantemente la peggiore crisi umanitaria dovuta alla carestia e alla seta dalla Seconda Guerra Mondiale in un numero crescente di paesi, una crisi interamente evitabile secondo le stesse Agenzie, i quali riscontrano soltanto indifferenza e silenzio da parte dei media e della maggior parte degli attori occidentali; l’innovazione scientifica e le prove relative a questioni globali come il cambiamento climatico sono state derise e ignorate; la spesa militare aumenta incessantemente nonostante la crisi economica continui ad esercitare un forte impatto su molte famiglie in tutto il mondo; le nuove tecnologie di comunicazione non hanno portato alla liberazione delle informazioni come previsto, ma piuttosto al crescente controllo sulla vita quotidiana dei cittadini, ai sistemi d’armi automazziati e alla manipolazione dell’opinione pubblica e dell’espressione democratica.

Noi siamo convinti che non sia troppo tardi per cambiare rotta. Un netto ritorno alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e lo Stato di Diritto democratico può evitare il disastro incombente che ci attende.

Questo è lo scopo di SOS Stato di Diritto. Dal 2003, il PRNTT lancia un allarme incessante sul chiaro ritorno della ragion di stato, contro lo stato di diritto. Abbiamo bisogno di una transizione comune, di Stati democratici e non, verso la piena attuazione delle norme sui diritti umani in tutto il mondo.

Questi sono i principi che hanno guidati le azioni del PRNTT fin dalla sua fondazione nel 1956; attraverso la sua azione per le libertà civili in Italia prima, poi crescendo nell’Europa dell’Est, nell’Ex Jugoslavia, in Asia, in Africa e in tutto il mondo, portando all’unica decisione logica: quella di affrontare gli abusi dei diritti umani e la mancanza di democrazia in tutto il mondo con la trasformazione in un’organizzazione transpartita e transnazionale aperta a tutti nel 1989. Da allora, le lotte per l’istituzione dei Tribunali penali ad hoc, per la Moratoria Universale sulla Pena di Morte, per la Corte Penale Internazionale e per la Messa al Bando Universale delle Mutilazioni Genitali Femminili sono stati tappe importanti e costanti in questa direzione.

Tuttavia, oggi dobbiamo accelerare le nostre azioni per evitare il rischio di soccombere al pieno ritorno della ragion di stato. Riteniamo che siano cruciali due riforme globali per avviare una tale transizione: l’affermazione del diritto umano a conoscere dalle Nazioni Unite e l’affermazione di sistemi di giustizia “giusta”. Sosteniamo inoltre il principio secondo cui tali riforme possono trovare piena attuazione soltanto in quanto siano garantite in spazi che vanno oltre il confine nazionale, che sono democratici e rispettano il diritto di tutti di credere o non credere, fondando le leggi su principi universali: è per questo che lavoriamo per lo Stato di Diritto democratico, federalista e laico.

Usa l’hashtag #SOSStatodiDiritto quando incontri violazioni dei diritti umani o dei principi democratici per rinforzare il nostro messaggio. Incorraggia altri a fare lo stesso.

E ovviamente… il modo migliore per sostenere questa campagna è iscrivendosi all’unica organizzazione che lo consente a tutti: il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito!

DIRITTO ALLA CONOSCENZA

Perciò questo (il riconoscimento del diritto alla conoscenza, sic) è un passo in avanti importante, è un passo di principio; ma la battaglia sarà lunga, perché ogni passo sarà combattuto dagli Stati, perché per gli Stati la realpolitik è quello che so che posso divulgare e quello che so che non voglio divulgare. Arrivare a forzare la divulgazione di quello che lo Stato non vuole divulgare penso sia troppo difficile, perché non c’è una controparte politica che possa incentivare, per non dire motivare o forzare, gli Stati ad andare in questa direzione. Ma, ovviamente, non abbiamo scelta, non possiamo rimanere indifferenti. E’ sufficiente ricordare nel 1939, quando siamo stati indifferenti, cosa è successo: un Olocausto di 6 milioni di ebrei e 20 milioni di slavi dovuto in larga misura all’indifferenza. Basta guardare la guerra in Siria, con quasi 500.000 persone ammazzate, e l’opinione pubblica mondiale non reagisce, non domanda se vi sia una responsabilità penale sia da parte dei russi che degli iraniani, che sono principalmente responsabili con il regime di Assad.

 

 

Extract from the speech by the late Prof. Em. M. Cherif Bassiouni, President of the Scientific Council for the Right to Know, at the Siracusa International Institute for Criminal Justice and Human Rights on May 29, 2017.

Nel dicembre 2002, Marco Pannella, leader del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito, lanciò l’iniziativa “Iraq Libero, unica alternativa alla guerra” al Parlamento europeo. La proposta mirava alla liberazione dell’Iraq attraverso l’esilio di Saddam Hussein e ad un Governo ad interim guidato dalle Nazioni Unite. La proposta, che ha ottenuto il sostegno della maggioranza degli Stati membri della Lega araba, è stata ignorata e ostacolata da una manciata di leader mondiali democratici con la fretta di entrare in guerra. La storia ci ha già dimostrato le conseguenze disastrose a breve termine di questa decisione affrettata e impreparata: migliaia di morti e numerosi vittime continuano a cadere oggi, una regione sempre più destabilizzata, un prepotente odio etnico-religioso, la nascità e l’ascesa di DAESH, e la paura instillata nei leader mondiali per intervenire in massacri in corso in altri paesi come la Siria.

Le inchieste ufficiali sul processo decisionale della guerra in Iraq, in particolare quella diretta da Sir John Chilcot nel Regno Unito, hanno rivelato come questa decisione, cruciale per lo sviluppo degli eventi mondiali nell’ultimo decennio, non sia stata soltanto basata su prove distorte. Questa distorsione ha avuto il suo maggior effetto perché la decisione è stata presa a porte chiuse tra una manciata di persone che preferivano di già sull’opzione militare.

Coloro contrari a tale opzione, o coloro che richiedevano più tempo e prove, erano costantemente esclusi dal processo decisionale. Il pubblico era in garn parte tenuto all’oscuro o alimentato informazioni parziali da parte di media disposti a soddisfare il leader al potere. La Camera dei Comuni, chiamata a votare su una dichiarazione di guerra per placare ulteriormente il pubblico e mantenere l’apparenza di un processo decisionale democratico, è stata alimentate con le stesse informazioni distorte dall’allora Ministro degli Esteri nella sua dichiarazione davanti alla Camera. La documentazione alla quale si riferica il Ministro Straw, basata sui rapporti dell’Ispettore ONU Hans Blix, era disponibile nella biblioteca dei Comuni ma in alcune copie soltanto e solo poche ore prima della votazione, come denunciato dal Deputato Peter Lilley nelle sue lettere e dichiarazione all’Inchiesta Chilcot. Le conversazioni tra il Primo Ministro Tony Blair e il Presidente Statunitense George W. Bush rimangano segretati fino ad oggi, nonostante il fatto che abbiano deciso sulla vita o la morte di milioni di persone a nome dei popoli che rappresentavano.

Questo modus operandi, piuttosto che un’eccezione, è prepotente nei moderni processi decisionali. La nostra analisi, basata su un decennio di ricerche e azioni politiche, conferma la tesi formulata dal Professore Deirdre Curtin nella sua critica al deficit democratico nell’Unione europea: la politica attuale – in particolare per quanto riguarda la politica estera, ma allo stesso modo per quella domestica – è sempre più soggetto ad una cultura della segretezza che si insinua nelle istituzioni democratiche.

Le conseguenze non sono sentite solo da coloro che soccombono ai sistemi di armi automatizzate che operano in aree considerate remote dagli standard del pubblico occidentale. Il dibattito pubblico nelle società democratiche si riduce sempre più ad una considerazione delle odierne questioni di “emergenza”. In un’era di possibilità di comunicazione pressoché illimitate, rimane poco spazie per studi profondi e dibattiti sulle cause e gli effetti a lungo termine. Invece, i moderni teoremi dei media dettano un regime in cui l’opinione pubblica viene alimentata con un flusso costante di proposizioni pro e contro ai lati estremi del dibattito. Distratta dal rumore di queste emergenze, le informazioni e i dibattiti su altre questioni sono tenute lontane dall’opinione pubblica e dall’aula parlamentare.

In un clima del genere, si può fingere di essere sopresi dalla costante crescita del populismo, del razzismo, del malcontento degli elettori e del disinteresse generale? Non è chiaro come il declino del numero dei giornalisti professionisti, degli investimenti nel giornalismo investigativo indipendente, e del numero degli editori che si rifiutano di rispettare i cosiddetti paradigmi dei media moderni sia direttamente collegato al declino del numero di Stati considerati democratici come denunciato da Freedom House?

Si afferma spesso che i diritti umani si basano sulla presunzione liberale che i propri diritti finiscano dove iniziano quelli dell’altro. Non crediamo che sia una posizione sostenibile. A nostro avviso, il teorema dei diritti umani universali si basa sul principio secondo il quale i propri diritti possono vivere soltanto per quanto vivono quelli degli altri. Quando i cittadini di oggi in una società democratica non godono pienamente dei loro diritti democratici partecipando ad un dibattito pubblico che sia tale, sono in gioco i diritti di altre persone in tutto il mondo.

Quando non ci viene chiesto di discutere e considerare gli effetti dei sistemi d’arma automatizzati, le vittime cadono in Medio Oriente senza alcun riguardo per i loro diritti al giusto processo, al loro diritto a vivere e ai diritti delle loro famiglie.

Quando non siamo debitamente informati sulle cause e gli effetti dei cambiamenti climatici, rimanendo emersi in un finto dibattito di dogmatismi pro e contro, delle famiglie intere sono annegate e scosse in Asia centrale e su piccole isole sparse nel mezzo dell’Oceano.

Quando non siamo informati sugli effetti a lungo termine delle politiche economiche pubbliche per qualche beneficio a breve termine, numerose persone e famiglie possono essere costrette ad abbandonare il valore di generazioni di lavoro e investimenti.

Quando ci viene chiesto di esprimere un voto popolare su referendum importanti per un guadagno elettorale a breve termine senza un’adeguata informazione e un dibattito approfondito, le macerie perseguiteranno le generazioni future.

La lista è infinita.
Proponiamo un antidoto. Non pretendiamo che sia nuovo. Era sul tavolo di coloro responsabili per la redazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani nel 1948, ma scartati dagli Stati.

E’ stato oggetto di numerose deliberazioni della Corte Suprema Statunitense, la quale si è sempre fermata a qualche milimetro della sua affermazione.

E’ stato oggetto di numerosi libri e articoli di giornalisti, ma è stato tenuto lontano dall’occhio pubblico.

E’ riuscito ad intrufolarsi in alcuni dipartimenti di organizzazioni regionali, come ad esempio la Convenzione di Aarhus dell’Unione europea sulle questioni ambientali.

Non è una proposta volta ad abolire la democrazie rappresentativa e le sue istituzioni, ma piuttosto un mezzo per rafforzarle e renderle più responsabili nei confronti dei cittadini. Oggi, i membri eletti delle Camere legislative sono essi stessi vittime della disinformazione o di una flagrante negazione delle informazioni rilevanti per il loro processo decisionale. Sono trasformati in semplici macchine di voto a cui viene chiesto l’approvazione o disapprovazione sulla mera base della lealtà al partito, piuttosto che sulla base di una loro deliberazione informata.

E’ una proposta che si oppone intuitivamente alla predisposizione per la segretezza dei poteri esecutivi. Una predisposizione ufficialmente basata sulla necessità di efficienza e tutela dell’interesse nazionale, ma in realtà provocata da un cosiddetto “regulation creep” in cui un ufficio esecutivo, sia all’interno di una Nazione che nelle relazioni internazionali, induce e rinforza l’altro ad adottare misure simili. Non è tuttavia una proposta che cerca di abolire completamente le misure di riservatezza, in quanto riconosciamo che tali bisogni possono realisticamente esistere.

Tuttavia, cerchiamo di innescare un dibattito per contrastare il creep di cui sopra e di adottare degli standard globali che disciplinano tali misure eccezionali, a partire dall’adozione di questo nuovo diritto umano all’interno degli organismi delle Nazioni Unite.

E’ una proposta che cerca di completare, com’era la funzione originaria nel 1948, la struttura dei diritti umani della libertà di espressione e il diritto di cercare e diffondere informazioni in una società democratica.

E’ il diritto umano alla conoscenza.

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Puoi approfondire sul sito dedicato a questa campagna del Comitato Globale per lo Stato di Diritto “Marco Pannella”. Questo sito fornisce degli aggiornamenti continui su questa campagna, sui Membri Onorari che la sostengono, e tutti i documenti che spiegano il TUO diritto alla conoscenza.
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